La solitudine può essere una condizione che ti lascia a tuo agio fino ad esserti amica o al contrario può essere così temuta o mal tollerata da evitarla con tutte le nostre forze. Da cosa dipende questo modo diverso di vivere la solitudine? Ma soprattutto quando e perché la solitudine diventa un problema?

In quest’altro post, ti invitavo ad abitarla senza evitarla per partito preso, oggi invece vorrei vedere con te quando la solitudine diventa non salutare e quando invece è un’esperienza potente e fruttuosa che puoi utilizzare per star bene con te.

Quando la solitudine non è salutare

Iniziamo dalla solitudine che fa male. Innanzitutto sai perché fa male? Ci hai mai pensato? Fare l’esperienza della solitudine ci fa male perché quando siamo soli, senza altro con cui relazionarci, non abbiamo la possibilità di portare fuori di noi le nostre attenzioni e così ci troviamo in compagnia dei nostri pensieri ricorrenti e delle nostre emozioni legate a quei pensieri (nessuno mi pensa, non sono abbastanza brava importante per lui/lei…, adesso avrei proprio bisogno di per…, vorrei fare questo ma da solo/a non vale la pena! Se ci fosse lui andrei qui…).

Questi schemi ricorrenti che vengono a galla sono in genere legati ad esperienze o dubbi su noi stessi con cui non abbiamo fatto pace e ogni volta che si avvicinano fanno male. Questo disagio se non viene utilizzato e avvicinato fa si che la solitudine venga sempre evitata e quindi diventa non fruttuosa.

È quando la solitudine viene vissuta come un vuoto da tappare che non è salutare perché la tua salvezza dipende da qualcosa che è fuori di te: dalla possibilità o disponibilità del tappo giusto (una relazione o un’attività che impedisce di sentire quel male). Ti è mai capitata questa sensazione?

E quando allora la solitudine è fruttuosa?

La solitudine è fruttuosa invece quando diventa una finestra che ti permette di vedere meglio qualcosa che c’è dentro di te: ti permette di sentire meglio, di riflettere ed entrare in contatto profondo con te e con le esperienze intorno a te che stai vivendo (per cosa ti senti grato? Di quali cose sei consapevole grazie alla solitudine?). In pratica stare con te stesso è utile se ti permetti di stare in compagnia dei tuoi schemi che fanno male e, qualche volta, trovi il coraggio di farti delle domande scomode (Ma io cosa voglio? Di cosa ho bisogno adesso? Se fossi solo/a sulla faccia della terra farei ancora questa cosa qui? Cosa mi permetterei di fare di diverso?).

Certo, lo so, stare in compagnia di queste emozioni scomode è difficile se pensi non potercela fare a sostenerle da solo/a. In questi casi, fai così: inizia a farne esperienza per quel tanto che è sostenibile per te. Inizia a darti appuntamento e frequentati. Non lasciarti in balia di pensieri con cui ti spaventi, colleziona un po’ di esperienze con te stesso. Con questo non voglio fare un elogio della solitudine a discapito del vivere le relazioni. Voglio dire che per stare in armonia con noi stessi abbiamo bisogno di alternare momenti di compagnia di noi stessi e momenti di compagnia con gli altri.

E le tue esperienze con la solitudine assomigliano al rapporto con un’amica di vecchia data o con un’estranea che ti mette a disagio? Raccontamelo se ti va e se vuoi approfondire questo tema insieme, ci troviamo a quattr’occhi il 27 giugno al prossimo appuntamento di Psico-Cafè. Parliamo proprio di questo: come stare bene in compagnia di se stessi senza annoiarsi o sentirsi persi. È rimasto ancora qualche posto: se vuoi raggiungerci, prenotati qui!

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Psicologa delle relazioni interpersonali. Amo accogliere e accompagnare verso il cambiamento le persone che attraversano un momento critico.