Oggi con questo post rispondo alla domanda di Paolo, 37enne che mi scrive:

“Tutti amano la stabilità nelle relazioni affettive. A me invece fa paura. Perché?”

Caro Paolo, grazie per la tua domanda. Quanto è diffusa la paura della stabilità sentimentale!

Prima di entrare nel dettaglio della tua domanda sfatiamo un mito: non tutti amano la stabilità. Ma ci sono tantissime persone che come te non la vivono come un’alternativa desiderabile, a volte per paura a volte per una preferenza consapevole. Il vivere poco serenamente questa sensazione di non amore per la stabilità spesso è dovuto ai retaggi culturali e a situazioni psicologiche specifiche. Qui mi occuperò delle seconde, ma vedrai che non potremo trascurare del tutto le prime.

Per aiutare Paolo, e tutte le persone che si sentono come lui, a trovare la risposta alla sua domanda, serve prima sciogliere qualche altro dubbio:

1. cosa significa per te stabilità nelle relazioni affettive? Mentre io provo ad immaginare, tu cerca la
risposta vera per te: che siano durature? Quanto devono durare per farti sentire in una relazione stabile? Che siano percepite come impegnative? E che vuol dire? Andare a convivere? Sposarti? Quali relazioni intorno a te definisci stabili? Pensaci!
2. che cosa di queste possibilità, di questa idea che ti sei fatto della stabilità, ti fa paura? E cioè: tu cosa temi in particolare? Di sbagliare? Di sentirti soffocato? Le relazioni affettive che implicano un intenso coinvolgimento e qualche tipo di accordo o responsabilità fanno paura a tutti in modo diverso proprio perché ci fanno toccare la parte più intima e vulnerabile di noi stessi attraverso la paura di essere abbandonati o di poter essere soffocati. Chi di noi non ha mai provato una di queste due paure non appena ha avvertito che la temperatura di una relazione si innalzava? Hai mai chiesto a chi ti è vicino? Prova, scoprirai che ognuno di noi ha almeno un po’ di queste paure.

Mentre tu inizi a sciogliere queste matasse, ti dico l’idea che mi sono fatta io fin qui, attraverso la mia storia e ascoltandone tante e molto diverse ogni giorno.

La prima cosa a cui ho pensato leggendoti è la storia di Simone, un uomo come te che ho accompagnato in un percorso individuale. Era tanto spaventato della stabilità quanto ne era affamato. Aveva concluso da un po’ una relazione che era durata diversi anni e adesso, sebbene si lasciava coinvolgere da diverse storie, ogni volta che si alzava la temperatura in una di queste, lui tirava il freno a mano. Se ne accorgeva solo dopo aver messo a distanza la ragazza in questione e quando arriva da me dice che non vuole che si verifichi lo stesso ritornello, per l’ennesima volta, nella sua ultima storia. Quando gli altri gli chiedevano in pubblico se stesse insieme alla compagna e se da li a poco sarebbero andati a convivere, lui usava tutta la sua ironia per evadere la risposta. Allo stesso tempo, si accorgeva di assistere con un certo disagio, ai matrimoni di tutti i suoi amici e cominciava a dirsi “Ecco vedi, tutti vanno avanti!” e poi anche: “ma bisogna proprio sposarsi? Io non so se voglio davvero avere un figlio”. La confusione e le paure erano tante. Da cosa scappava terrorizzato Simone? E cosa desiderava con tutto se stesso? Ci siamo impegnati a scoprirlo insieme seduta dopo seduta e, nel suo caso, Simone scopre che teme di legarsi pienamente per paura che dopo possa nuovamente finire tutto sentendosi distrutto e frammentato da una dolorosa separazione. E’ da questa scoperta che inizia il suo percorso per imparare a darsi la libertà di legarsi e allo stesso tempo imparare a proteggersi e sostenersi ogni qualvolta perde qualcosa.

E adesso ti dico cosa penso io, è la mia opinione, trattala come tale: la stabilità non esiste, esiste la possibilità di accettare il rischio di assumersi una responsabilità.

Siamo immersi in una molteplicità di esperienze a tempo determinato, che sono per loro natura transitorie, precarie e flessibili, dal lavoro al luogo in cui vivi, e il rischio è che, a furia di pensare che “la vita è adesso”, diventiamo orfani di futuro e cioè di quella possibilità – e responsabilità – di voler fare dei progetti. Questo rischio può dilagare anche nelle relazioni: farsi delle “storie” è qualche volta più rassicurante del convivere, sposarsi, fare figli, tutte cose che associamo al “per sempre”. Così, per paura o per scelta, finiamo per non mettere energie in un progetto (che poi significa: provo a realizzare quello che ho intuito che mi piace).

Ma, ironia della sorte, questo precariato sentimentale che nasce per stare al sicuro dal fallimento del “per sempre”, alla fine non ci fa sentire al sicuro perché non sazia il nostro bisogno di appartenere a qualcosa di significativo dal punto di vista affettivo.

La libertà, da sola, alla fine non sazia del tutto perché le relazioni di coppia si reggono se esiste un’intimità psicologica, un’intimità sessuale e un progetto comune.

Nella mia esperienza poi non conosco relazioni “stabili”, solo relazioni che cambiano in continuazione insieme alle persone. A volte ci facciamo delle idee rigide di alcune esperienze, ma sono delle fantasie che non corrispondono alla realtà. Dentro l’esperienza di una relazione che ad esempio, dura da anni ci sono molte “instabilità” e infinite oscillazioni. Riuscire a preventivarle e tollerarle ci permette di trovare un equilibrio sempre nuovo e sentirci bene. Anche in architettura è cosi: le strutture più stabili, quelle antisismiche, sono paradossalmente, quelle meno rigide, quelle più flessibili e quindi più resistenti.

E forse qui la vera domanda da fare più volte a noi stessi è: possiamo accettare questa incertezza e darci la possibilità di tornare indietro o rimodulare il percorso quando ne avvertiremo la necessità?

Io te lo auguro di cuore ed è quello che Paolo e tu che leggi state già iniziando a fare volendo capire di più di
questa paura. E se hai bisogno di approfondire, magari iniziando un percorso individuale, anche su skype, io sono qui.

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Psicologa delle relazioni interpersonali. Amo accogliere e accompagnare verso il cambiamento le persone che attraversano un momento critico.

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