Prima della prima pagina:
come nasce un percorso di libroterapia
Prima che esista un gruppo, prima di scegliere i romanzi, prima ancora che qualcuno si iscriva, c’è un tempo invisibile.
È il tempo delle domande, delle intuizioni, della progettazione.
Ho deciso di raccontarvelo!
Tutto comincia da una domanda
Ogni percorso di libroterapia che progetto nasce nello stesso modo: non scegliendo i romanzi ma da una domanda. È lei che accende tutto: arriva spesso in punta di piedi, a volte resta li ad aspettare, finchè non capisco che è lei che vuole essere ascoltata. Perché una domanda ha una forza particolare: non chiude il significato, lo apre. Non offre risposte, crea uno spazio di ricerca.
Quest’anno la domanda è arrivata mentre ascoltavo un podcast sul trauma. A un certo punto mi sono fermata su una riflessione: che cosa rende davvero traumatica un’esperienza? chi resta/ è restato con noi quando la vita si è increspata? quando ci perdiamo?
È diventata la domanda da cui è nato questo percorso:
Come possiamo imparare a restare con noi stessi anche quando ci sentiamo persi?
Forse ti chiederai perché parto sempre da una domanda?
Perché una buona domanda non orienta solo la progettazione, orienta anche il modo di leggere. Quando iniziamo un percorso, non chiediamo ai romanzi di darci una risposta: li invitiamo a dialogare con la domanda che stiamo portando.
È questo che rende la lettura un’esperienza trasformativa.
Poi arriva un’immagine
Una volta trovata la domanda, non cerco subito i romanzi, cerco un’immagine. Una metafora capace di custodire quella domanda e di accompagnarci per tutto il percorso. La chiamo cornice simbolica.
Non serve a spiegare ciò che vivremo, ci offre un linguaggio comune e un luogo simbolico dentro cui poter abitare esperienze molto diverse. Quest’anno quella cornice è arrivata quasi all’improvviso, durante una visita all’Oceanogràfic di Valencia. Per molto tempo avevo immaginato la riva: il luogo in cui approdare, sentirsi finalmente al sicuro, poi, osservando il mare, ho capito che non era quella la metafora giusta.
Perché il mare non è mai una cosa sola: conosce l’alta marea e la bassa marea, le correnti e la bonaccia, le tempeste, la profondità e la superficie. Eppure, in tutti questi movimenti, rimane sempre mare.
È stato allora che le tappe del percorso hanno iniziato a prendere forma: le tappe, una dopo l’altra, sembravano emergere naturalmente dalla metafora.
Forse ti chiederai perché parto sempre da una cornice simbolica?
Perché le metafore non sono solo un modo poetico di raccontare le cose, sono uno dei modi attraverso cui il nostro cervello organizza l’esperienza e le attribuisce significato. È per questo che, spesso, dire “Mi sento in tempesta” racconta molto più di una lunga spiegazione.
Solo dopo arrivano le storie
Solo a questo punto comincio a cercare i romanzi. È una fase fatta di letture, riletture e molti incontri. Quest’anno sul comodino, nello zaino e sulla scrivania si sono accumulati qundici romanzi. Ne sono entrati nel percorso otto.
La scelta non è mai solo mia. C’è Maurizio, il mio libraio di fiducia, che spesso mi mette tra le mani storie che ancora non conosco; e c’è Elena, la mia bibliotecaria del cuore, che da anni alimenta la mia curiosità.
E poi ci sono editori, amiche lettrici e, a volte, anche le partecipanti dei percorsi precedenti. Le storie arrivano sempre attraverso una comunità di lettori.
Ma la domanda che guida la scelta è sempre la stessa: che esperienza renderà possibile questo romanzo?
Non cerco libri che parlino del tema, cerco libri che permettano di attraversarlo. Alcune storie accompagnano, altre perturbano, altre ancora aprono prospettive che, da soli, difficilmente avremmo immaginato.
Per me un romanzo non è mai la destinazione, è il punto da cui iniziamo a dialogare con noi stessi.
Anche la cura si progetta
Dopo aver scelto le storie, inizia un altro lavoro, quello che spesso non si vede. Penso agli oggetti che accompagneranno il percorso, ai materiali, al quaderno che diventerà il luogo in cui raccogliere ciò che emergerà durante i mesi.
Nulla nasce per riempire una confezione: ogni dettaglio prova a raccontare, in un altro linguaggio, la stessa intenzione di cura. Per me il kit di benvenuto non è un regalo, è un modo per dire, ancora prima di iniziare: “Qui c’è uno spazio che ti aspetta.”
Forse non osi chiederlo ma ti stai domandando perché, come psicoterapeuta- progetto anche ciò che sembra un dettaglio?
Perché la bellezza non serve solo a rendere qualcosa piacevole, può educare lo sguardo, dare valore all’esperienza e ricordarci, ogni volta che incontriamo un oggetto, la direzione che abbiamo scelto di prendere.
Poi arrivate voi
Fino a questo momento ho progettato il percorso, ma c’è una parte che non posso progettare. Siete voi. Ogni anno il gruppo cambia, cambiano le storie personali, le età, i caratteri, i silenzi, le parole che trovano il coraggio di uscire. Ed è proprio questo a rendere ogni edizione irripetibile.
Non siamo un gruppo di amiche, non è un club del libro.
Siamo persone che, per un tratto di strada, condividono lo stesso desiderio: conoscersi un po’ meglio, prendersi cura di sé, attraversare insieme una domanda importante.
Questo crea una vicinanza molto particolare che non nasce dal raccontarsi tutto, nasce dal riconoscersi, dal vedere nell’altra qualcosa che, in modo diverso, parla anche di noi.
Piano piano diventiamo alleate, facciamo il tifo l’una per l’altra. Ci prestiamo sguardi quando il nostro è troppo severo. E ci ricordiamo, a vicenda, che nessuna attraversa il proprio mare da sola.
È per questo che nessun gruppo è mai uguale al precedente, perché ogni persona cambia il percorso. E, nello stesso tempo, ne viene cambiata.
Adesso il percorso è pronto!
La libroterapia, per me, non consiste nel leggere dei romanzi insieme.
È costruire uno spazio in cui le storie possano aiutarci a guardare, con più gentilezza e più coraggio, anche la nostra.
Se senti che questo viaggio potrebbe essere anche il tuo, qui trovi tutte le informazioni sulla prossima edizione.