Qualche tempo fa, una paziente mi ha detto: “Era sera, ero appena rientrata. La giornata era stata un susseguirsi di riunioni, spostamenti, notifiche, richieste. Il corpo tirava, la testa non voleva spegnersi. Mi sono buttata sul divano. Poi, senza pensarci troppo, ho aperto il frigo. Dentro, una birra mi faceva l’occhiolino. Succede sempre più spesso, e non mi fa stare bene”.
Mentre la ascoltavo, pensavo che quella scena poteva appartenere a chiunque di noi. Perché capita spesso di rifugiarci in un gesto rapido, familiare, rassicurante.
“E tu, cosa vuoi?”
Questa è una delle domande che più spesso emergono in terapia: tu cosa vuoi?
Non è così semplice rispondere. Perché a volte quello che vogliamo non coincide con ciò di cui abbiamo bisogno. Spesso desideriamo qualcosa che ci faccia smettere di sentire il disagio, che lo copra o lo distragga. Ma non sempre è ciò che ci aiuta a prenderci cura di noi.
Un’altra persona, poco tempo fa, mi diceva: “Ogni sera, appena i bambini si addormentano, prendo il telefono e inizio a scorrere. All’inizio mi sembra di rilassarmi, ma poi mi ritrovo svuotata, con la testa ancora più piena e il sonno che non arriva.”
Il suo desiderio era chiaro: staccare, alleggerirsi, non pensare. Ma il bisogno? Qual era davvero? Forse fermarsi, respirare, sentire di avere uno spazio tutto per sé. Oppure condividere, approdare in un abbraccio, in uno scambio con qualcun altro.
Non possiamo standardizzare. Ogni volta serve fermarsi e guardare con delicatezza: quale emozione sta chiedendo ascolto, proprio adesso?
Voglie che confondono
Vogliamo una birra, ma forse è solo sete. Vogliamo un dolce, ma in realtà ci serve riposo.
Vogliamo scrollare il telefono, ma ciò che sentiamo è solitudine. Vogliamo riempire, correre, uscire, quando in fondo vorremmo solo fermarci.
La voglia chiede di essere esaudita subito: è rapida, reattiva, ha il tono dell’urgenza. Il bisogno, invece, richiede tempo e discriminazione. Non si svela di colpo: ha bisogno di presenza, di silenzio, di un ascolto più lento.
Esaudire una voglia ci regala sollievo momentaneo, ma ci lascia continuamente affamati. Quando invece riusciamo a riconoscere e a nutrire un bisogno profondo, troviamo quiete: il corpo si rilassa, la mente si calma.
L’arte della discriminazione gentile
Non è facile. Non siamo cresciuti ad ascoltarci in profondità. A volte non sappiamo di cosa abbiamo bisogno. Altre lo intuiamo, ma ci fa paura. Così mascheriamo con gesti rapidi: funzionano per pochi minuti, ma alla lunga non bastano.
La buona notizia è che possiamo allenarci. Con lentezza, con gentilezza, possiamo imparare a chiederci: Quello che sto cercando adesso… è una voglia o un bisogno? Questo gesto mi avvicina a me, o mi allontana? Dopo, mi sentirò più presente… o più vuoto?
Non serve una risposta perfetta. A volte basta un’impressione vaga, un sentire nel corpo, un piccolo respiro che ci orienta.
Distinguere tra ciò che vogliamo e ciò di cui abbiamo bisogno non è una regola da rispettare.
È un atto d’amore verso noi stessi. Significa chiederci cosa ci fa bene davvero, anche quando la risposta è scomoda o poco immediata. Vuol dire darci il permesso di prenderci cura di quello che c’è, un ascolto alla volta.
E tu? Se ti fermassi ora e ti chiedessi: “Cosa voglio? E di cosa ho bisogno, davvero?” quale sarebbe la tua risposta adesso?
Puoi condividerla se ti va. Perché queste piccole consapevolezze quotidiane ci aiutano a sentirci meno soli, e un po’ più vicini a noi stessi.


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