C’è un momento, nella terapia o nel lavoro su di sé, in cui ci sembra di aver capito tutto. “Ecco perché faccio così”, “Ora so da dove viene questa reazione”, “Questo è il mio schema”.
Lo vediamo chiaramente, lo sappiamo. Ma qualcosa non cambia. Restiamo fermi, come chi ha compreso perfettamente il problema ma non riesce a muovere un passo per uscirne.
Forse ci è capitato con una relazione che ci fa soffrire. Sappiamo perché ci incastra, quali corde tocca, che ferite riattiva. Eppure restiamo lì. Oppure può succedere la stessa cosa con una paura: la paura del giudizio, di sbagliare, di deludere. Sappiamo da dove nasce, ce la spieghiamo in ogni dettaglio… ma quando arriva, ci blocca lo stesso.
La consapevolezza è importante, certo, è il primo passo per cambiare, per smettere di muoverci con il pilota automatico. Ma da sola non basta. A volte, anzi, diventa una trappola.
La paralisi da iper-consapevolezza: cos’è
Succede quando ci ritroviamo bloccati in un loop di pensiero, osservando i nostri schemi senza mai davvero provare a cambiarli. Quando analizziamo così tanto il nostro funzionamento da non lasciare spazio all’azione.
È come conoscere a memoria la mappa di una città senza mai metterci piede. Possiamo studiare tutte le strade, sapere esattamente dove portano, ma finché non ci muoviamo, resteremo sempre nello stesso punto.
Mi viene in mente una frase ascoltata in terapia qualche settimana fa. Una donna, dopo aver raccontato con precisione chirurgica il suo schema relazionale, ha fatto una pausa lunga e ha detto, con un filo di voce: “È come se stessi lì, sulla soglia. Vedo la porta, so che potrei aprirla…ma rimango ferma. E più so, più mi blocco”. In quel momento non c’era bisogno di spiegare altro: la fatica non era nel capire, ma nel concedersi il passo successivo.
Come se ogni consapevolezza diventasse una conferma in più di quanto è difficile cambiare, e non uno spiraglio da cui cominciare a muoversi.
Forse ci diciamo: aspetto di capirci ancora meglio, devo essere sicuro di essere pronto, voglio avere il controllo di ogni variabile. E nel frattempo, la vita scorre.
Sapere non è uguale a cambiare
Pensiamo a una relazione che ci pesa. Possiamo sapere perfettamente perché facciamo fatica a porre limiti, possiamo avere chiaro ogni aspetto della nostra dinamica, ogni ferita che si riattiva. Ma se non scegliamo di agire in modo diverso, nulla cambierà.
Lo stesso vale per la paura del giudizio, per la procrastinazione, per quel bisogno di perfezione che ci blocca. Capire il perché è importante, ma è nel fare che le cose cambiano.
La consapevolezza è un inizio, non un punto di arrivo. Possiamo usarla come un trampolino, non come un rifugio.
La domanda da farci non è solo “Perché mi sento così?”, ma anche “E adesso cosa scelgo di fare?”.
A volte basta un piccolo gesto diverso: rispondere in un modo nuovo, concedersi di sbagliare, provare un’azione che rompa lo schema.
Perché la vera crescita non sta nel sapere tutto di noi, ma nel darci il permesso di scrivere una storia nuova.
Quando ci troviamo nel pantano della paralisi, possiamo cominciare da lì: da una piccola azione che ci riporta in movimento.
Anche un passo incerto vale più di mille analisi.
E possiamo chiederci, con onestà e tenerezza: “Cosa confermo di me quando rimango fermo, pur avendo capito tutto?” E poi: “Qual è il gesto anche piccolo, che oggi può smentirlo?”


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