L’incontro di qualche giorno fa con Francesca mi ha fatto riflettere su quanto oggi sia complicato desiderare con semplicità.
Mi racconta che si è trovata sul divano, il computer sulle ginocchia, a scegliere la sua vacanza. Clicca su un alloggio, poi su un altro. “Mi piacerebbe andare in un posto così…” pensa. Ma poi arrivano le voci: “E se non piace agli altri? E se è scomodo? E se costa troppo?” Così chiude il portatile. Rimanda. Di nuovo.
Desiderare non è solo volere qualcosa.
È sentire una spinta che nasce da dentro, una vibrazione sottile che ci orienta, ci anima. Ma spesso questa voce si perde, soffocata da dubbi, paure, abitudini.
Le parti che frenano
Poi, c’è Andrea, che da ragazzo sognava di aprire una libreria, una piccola, piena di divani e storie. Poi ha studiato economia, si è inserito in un’azienda. “Non mi lamento”, dice. Ma quando entra in una libreria vera, si trattiene più a lungo del necessario. Spesso, solo per guardare.
Una parte di lui si commuove, un’altra lo rimette subito in riga: “è troppo tardi”, “non ha senso”, “è roba da ragazzi”.
Quante parti di noi si scontrano ogni volta che un desiderio ci visita? Riconoscerle tutte, senza schierarci, è già un passo.
Lo stesso accade a Chiara che da mesi non riesce a scegliere se lasciare andare o meno la sua relazione. Vorrebbe sentirsi libera. Ma ha paura della solitudine, del giudizio, del vuoto che l’attesa porta con sé. “Non so più cosa voglio”, dice.
Ma sotto, molto sotto, c’è una voce – piccola e stanca – che sussurra: “vorrei smettere di tradirmi”.
Non sempre il desiderio è chiaro, forte, definito. A volte è solo un languore, una nostalgia, una tensione verso altro. Eppure, è lì che nasce il movimento.
Cosa ci manca?
Forse uno spazio vuoto e silenzioso per chiederci davvero: cosa mi piace? Cosa accende una scintilla nel mio corpo?
Non cosa serve, non cosa è utile, non cosa è giusto volere. Ma cosa mi chiama, cosa mi invita a vivere più pienamente.
Per molti di noi, questa domanda incontra una difficoltà: non c’è una risposta chiara. Solo un rumore di fondo, fatto di doveri, voci altrui, bisogni degli altri. E in tutto quel rumore, la voce del desiderio si fa flebile, quasi colpevole.
Come dice la stessa etimologia, il desiderio –de-sidera- ha a che fare con le stelle. Per gli antichi, e in particolare per i naviganti, “desiderare” significava accorgersi che mancava un segno nel cielo. Era l’assenza delle sidera, le stelle, che guidavano il cammino e orientavano le rotte.
E così, desiderare diventava un gesto d’attesa: guardare verso l’alto e rendersi conto che qualcosa manca. Qualcosa che non si può afferrare subito, ma che chiama.
Un desiderio nasce così: da un vuoto che ci smuove.
Dalla sensazione che ci sia “altro” — più avanti, più in là, più in fondo.
Quanto costa desiderare?
Desiderare apre. E ciò che si apre può anche restare vuoto. Possiamo desiderare un viaggio e poi scoprire che non è come l’avevamo immaginato. Possiamo desiderare un cambiamento e poi inciampare nella paura, nella fatica, nell’imprevisto.
Desiderare implica rischiare: di essere delusi, fraintesi, soli.
Ma il punto non è costruire una vita senza delusioni. È costruire una relazione con il desiderare che tenga conto anche della possibilità di stare nella delusione senza distruggerci.
Accogliere quella parte di noi che dice: “ci ho sperato, e non è andata come volevo”. E permetterle di esistere, senza zittirla, senza vergogna.
E se non so cosa desidero?
Spesso è lì che inizia il lavoro più prezioso: tornare ad ascoltarci. Non per forza con grandi risposte, ma con piccoli segnali.
Una parte di noi può non sapere, ma un’altra – più giovane e spontanea – può avere già qualche indizio. Un colore che ci attira. Una musica che ci fa sospirare. Un luogo in cui ci sentiamo leggeri.
Dentro di noi vivono molte parti: alcune sono entusiaste, altre spaventate. Alcune desiderano, altre si mettono subito in guardia. Possiamo imparare a riconoscerle tutte, senza schierarci. Solo ascoltandole, attraverso il corpo.
Si, perché desiderare è una preghiera del corpo: è il primo luogo in cui il desiderio si annuncia. Con un fremito. Un’espansione nel petto. Una vibrazione sottile. Una nostalgia improvvisa. Una tensione che ci spinge avanti, verso qualcosa che ancora non ha nome.
Spesso però, siamo abituati a razionalizzare, a chiedere prima “che senso ha?” o “conviene?” anziché chiederci: che effetto mi fa, nel corpo, pensare a questa possibilità?
Molte parti protettive si attivano subito per metterci al sicuro da rischi, rifiuti o fallimenti. Ma se ci concediamo di ascoltare il corpo -attraverso il respiro, la lentezza, la presenza- possiamo scoprire che il desiderio non ha bisogno di molte parole per farsi sentire. Solo di spazio e ascolto.
Per questo, se ci va in questa settimana possiamo fermarci a notare come il corpo reagisce quando un desiderio emerge. Dove lo sento? Mi accende o mi contrae? Mi invita o mi spaventa?
È qui che comincia il dialogo.


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