C’è un momento in cui l’invidia arriva piano. Quasi non la sentiamo. Poi, all’improvviso, punge.
Anna mi racconta che stava scorrendo distrattamente il feed di Instagram dopo una giornata faticosa. A un certo punto, alcune immagini la colpiscono come una fitta: una collega che festeggia una promozione, un’amica che si è appena trasferita in una casa luminosa, una conoscente che sorride su una vetta, dopo un viaggio in solitaria. Un pensiero veloce le attraversa la mente: “Beata lei… A me non capita mai niente del genere.”
E subito dopo, un’ondata di vergogna. Perché no, l’invidia non si dovrebbe provare. È brutta. È meschina. È qualcosa da nascondere. Eppure, come tutte le emozioni, anche l’invidia ha una sua voce. Una sua funzione. Un messaggio da decifrare.
Se smettiamo di combatterla e proviamo ad ascoltarla, può rivelarci qualcosa di importante su di noi.
Quando l’invidia ci racconta cosa desideriamo davvero
Qualche giorno dopo, in seduta, Anna torna su quel momento. Ma questa volta, invece di scacciarlo via, prova a guardarci dentro. «Lo so che è brutto da dire… ma l’ho invidiata. Tanto. Ha ottenuto quel posto che volevo io, e invece di essere felice per lei, ho sentito fastidio. Rabbia. E poi vergogna.»
Anna è una professionista brillante, generosa, appassionata. Ma in quel momento si sente piccola. E in colpa. La collega promossa, una riunione piena di sorrisi. E lei, che sorride a metà. Con un pensiero che punge: “Perché non io?”
Spesso l’invidia entra così, nella stanza della terapia. In punta di piedi. Travestita da frustrazione, giudizio, autosvalutazione.
Perché ci hanno insegnato che non si dice. Non si prova. Non si mostra.
Ma sotto, quasi sempre, c’è una verità: l’invidia ci parla di qualcosa che ci manca. Di qualcosa che vorremmo, ma non ci siamo ancora concessi. Che non pensiamo di poter ottenere.
Una lente di ingrandimento sul nostro desiderio
L’invidia amplifica. Ci fa vedere più nitidamente ciò che ammiriamo negli altri e che -per qualche ragione- crediamo di non poter avere.
A volte invidiamo chi ha successo, non perché vogliamo quella carriera, ma perché desideriamo sentirci visti. A volte invidiamo chi parte da sola, perché ci manca il tempo per noi. A volte invidiamo chi vive con leggerezza, perché dentro portiamo un peso che non riusciamo a mettere giù. E poi, a volte, l’invidia ci sorprende proprio lì dove pensavamo di non poterla provare.
Mi è capitato con una collega molto sicura di sé. Ha un modo di fare ostentato, spigoloso, incurante di piacere agli altri.
Risponde in modo diretto, a tratti brusco, e non si scompone se non è approvata.
Da fuori, mi infastidisce. A tratti, mi ripugna quel modo di fare, soprattutto in una persona che si occupa di cura.
Eppure, in certi momenti, sento una punta d’invidia. Per quella libertà dal dover piacere. Per quella leggerezza che io non sempre mi concedo. Per quella voce che non si preoccupa di smussare sempre gli angoli. Mi accorgo che c’è una parte di me che vorrebbe un po’ di quel permesso: non per diventare come lei, ma per lasciarmi andare un po’ anch’io.
Smettere, almeno per un attimo, di chiedermi di essere sempre accogliente, corretta, gentile.
Se invece di allontanarla la guardiamo da vicino, l’invidia può diventare una bussola.
Una direzione. Un invito a riconoscere un nostro bisogno, ancora inascoltato.
Allora possiamo chiederci:
- Cosa desidero davvero, che ancora non mi sono concesso di nominare?
- In quale parte della mia vita sento di voler fiorire, ma non so da dove cominciare?
- Cosa sto ammirando, che forse posso iniziare a coltivare anche in me?
Sotto l’invidia, spesso, c’è una voce che sussurra: “E io?”
Una parte che non vuole rubare nulla, ma solo essere riconosciuta.
Una porta che si apre
Alla fine della seduta, Anna si appoggia allo schienale e sospira. «Forse quella che chiamavo rabbia… non era solo rabbia.
Era tristezza, perché mi sento lasciata fuori. Era il mio desiderio, che bussava per essere riconosciuto.»
Già. Forse l’invidia è proprio questo: una porta che si apre sul nostro desiderio.
E l’inizio di un dialogo più gentile con noi stessi. E forse, da lì, trovare un modo per ascoltarlo davvero.


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