Succede spesso: qualcuno ci guarda, ci chiede “Come stai?”,
e la risposta arriva da sola, automatica: “Bene, dai. Tutto ok.”
Lo diciamo per cortesia, per abitudine, per non appesantire.
Ma se, invece di correre oltre, ci fermassimo un momento, potremmo accorgerci che quella risposta non è del tutto vera.
Non è proprio una bugia, ma nemmeno una verità piena.
Forse dentro di noi c’è un piccolo disagio, un’inquietudine leggera.
O al contrario, una gioia che non sappiamo nominare.
E allora le parole restano sospese, inesatte.
Dare nome a ciò che sentiamo
Le parole servono a comunicare, sì, ma prima ancora a conoscere.
Quando troviamo il modo di dire mi sento in colpa, mi sento confuso, mi sento distante, non stiamo solo descrivendo qualcosa, stiamo entrando in contatto con ciò che accade dentro di noi.
Le parole sono il ponte tra l’esperienza interna e la consapevolezza.
Finché restano vaghe, anche ciò che viviamo resta indistinto.
Ma quando riusciamo a nominarlo, cambia forma: prende spazio, confini, respiro.
E succede una cosa sorprendente: ci calmiamo.
Anche nella sofferenza, qualcosa dentro di noi si quieta.
Perché ciò che è nominato diventa comprensibile, dunque abitabile.
Non è più un groviglio, ma un’esperienza che possiamo tenere tra le mani, guardare, persino accogliere. Non è un caso se chiedere il nome è la prima cosa che facciamo quando entriamo in relazione con qualcuno.
Aderire alla verità -quella capacità di riconoscere e nominare ciò che è, dentro di noi- è una delle manifestazioni più chiare di salute mentale. Una mente sana non è quella che non soffre, ma quella che può stare in contatto con la realtà psichica senza negarla né farsene travolgere.
Quando riusciamo a dire con precisione “questo è ciò che sento”, ci radichiamo nella realtà e smettiamo di combattere contro di essa.
I divieti interni
Eppure non sempre ci è facile dire le cose con il loro nome.
A volte non possiamo concederci di chiamare rabbia la rabbia, perché abbiamo imparato che “non sta bene”.
O non riusciamo a chiamare tristezza la tristezza, perché significherebbe ammettere una fragilità. Non possiamo ammettere di esserci imprevedibilmente e perdutamente innamorati di qualcuno perché è meglio dirci che è un’amicizia profonda.
Così ribattezziamo le emozioni, le addolciamo, le travestiamo: “non sono arrabbiata, solo delusa”, “non sono triste, solo un po’ giù”, Non ho paura di innamorarmi e perdere l’amore, ti voglio bene.
Lo facciamo per proteggerci da un dolore antico, o per restare all’altezza dell’immagine che pensiamo di dover incarnare.
Ma ogni volta che cambiamo nome a ciò che sentiamo, ci allontaniamo un po’ da noi stessi.
È come se mettessimo un filtro tra noi e la verità viva dell’esperienza.
Riconoscere questi divieti interni – e imparare a scioglierli con gentilezza – è parte del lavoro della consapevolezza: non un atto di coraggio, ma di permesso.
Il permesso di dire: “Questo è ciò che c’è adesso, e posso restarci.”
L’amore per la verità
C’è un passaggio in cui il lavoro interiore diventa questo: non più cercare di sentirsi “bene”, ma imparare a non mentirsi.
Dire la verità non significa raccontarsi tutto, né dirlo a chiunque.
Significa riconoscere dentro di sé ciò che c’è davvero, anche quando non è comodo.
L’amore per la verità non è severo, è un modo per smettere di fuggire.
Essere sinceri con se stessi non ci rende felici all’istante,
ma ci rende interi.
E un po’ alla volta, questa interezza diventa pace.
Cosi, se ti va, oggi possiamo provare un piccolo esercizio di verità gentile. Possiamo prenderci cinque minuti e completare questa frase, senza giudizio: “In questo momento, la verità è che…”
Scrivi la prima cosa che emerge, anche se è solo una sfumatura:
“…sono stanca ma non voglio deludere nessuno.”
“…sono serena e ho paura che finisca.”
“…non so bene cosa provo, ma qualcosa si muove.”
Non c’è una risposta giusta, solo la possibilità di ascoltare ciò che è vero, ora.
E forse scoprire che dire la verità, anche solo a se stessi, è già un modo di prendersi cura.
Perché ciò che è detto – con precisione, con amore – diventa vivibile.


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