È seduta davanti a me. Le spalle un po’ chiuse, le mani intrecciate sulle ginocchia. Ogni tanto abbassa lo sguardo, poi torna a cercarmi. Le faccio una domanda apparentemente semplice. Non una di quelle che hanno una risposta giusta o sbagliata. Una di quelle che chiedono solo di tornare a sé.
Che ne pensi di questo? Non ci pensa molto. Risponde subito, quasi automaticamente:
Non lo so. Resto lì. Aspetto. Riformulo, con più lentezza. E che effetto ti fa? Stessa risposta. Stesso tono. Non lo so.
Succede spesso. Succede soprattutto quando la domanda non chiede di spiegare, ma di sentire. Quando non si tratta di capire cosa è giusto fare, ma di chiedersi: cosa penso io? come sto io, davvero?
Qualche ora dopo, un’altra paziente mi racconta che il giorno prima sua madre l’aveva incalzata su una scelta che stava rimandando da settimane. Allora, che cosa vuoi fare? Una domanda detta senza cattiveria, forse persino con interesse genuino. Eppure lei l’ha sentita come un colpo leggero, preciso, in un punto scoperto. Ha sorriso. Ha risposto qualcosa di vago. Poi ha cambiato discorso.
Perché, se deve essere sincera, mi dice, Io non lo so cosa voglio. Non lo sa nel lavoro, che non è più come all’inizio. Non lo sa dentro una relazione che chiede un passo, ma quale non è chiaro. Non lo sa davanti a una scelta che sente importante, ma che non riesce ancora a nominare.
E subito arriva un’altra voce. Più dura.
Alla tua età dovresti già saperlo.
Tutti sembrano avere le idee chiare.
C’è qualcosa che non va in te.
È così che il non sapere smette di essere una semplice condizione. E diventa una colpa.
Quando il non sapere si accompagna all’ansia
In seduta come nella vita, il non sapere spesso cammina insieme all’ansia. Non tanto per l’assenza di una risposta, quanto per l’idea che non dovremmo essere lì.
Viviamo in una cultura che premia la chiarezza, la direzione, la decisione rapida. Sapere cosa vogliamo diventa una prova di maturità. Non sapere, un segno di debolezza. Così impariamo a vergognarci delle domande aperte. A scusarci per l’incertezza. A cercare risposte veloci, anche quando non ci somigliano.
E il corpo lo sente: il respiro si accorcia, la mente corre, l’ansia prova a prendere il controllo là dove manca una mappa.
E se il non sapere non fosse un errore?
Nella tradizione zen, l’incertezza non è qualcosa da eliminare. È una condizione preziosa. È il punto in cui le risposte abituali non funzionano più e, proprio per questo, si apre uno spazio nuovo. Meno controllato. Più vero. Chandra Livia Candiani scrive che restare è già un gesto di presenza radicale. Restare nel sentire, nella domanda. Senza affrettarla.
Come quando camminiamo nella nebbia. Non vediamo l’orizzonte, ma sentiamo il terreno sotto i piedi.
E, per ora, questo può bastare.
Il non sapere come varco
Il non sapere non è vuoto. Spesso è uno spazio protettivo. È il modo che abbiamo per non forzare una risposta prima che sia pronta. Per non tradirci con decisioni premature. Per dare tempo a qualcosa di più autentico di emergere.
Esploriamo solo quando non abbiamo già deciso cosa è giusto fare, cosa dovremmo sentire, cosa dovremmo sapere. Quando possiamo sentire prima di capire. Quando il corpo ha tempo di dire la sua. Le domande allora cambiano tono: Di cosa ho bisogno adesso? Che cosa mi sta chiedendo attenzione, prima ancora che azione? Dove sento un filo di vita, anche se è fragile?
Non sono domande da risolvere. Sono domande da abitare.
Non siamo in ritardo
E se quel «non lo so» non fosse un fallimento, ma una forma di onestà profonda?
Forse non siamo persi. Forse siamo in un tempo di gestazione. Un tempo che non produce risposte rumorose, ma prepara un orientamento più fedele a noi. Nel non sapere, se smettiamo di trattarlo come un nemico, possiamo incontrare qualcosa di essenziale: una fiducia che non nasce dal controllo, ma dalla presenza.
Non siamo in ritardo: siamo in procinto di conoscerci. Non sapere è una premessa. Il varco da cui possiamo iniziare a esplorarci. L’anticamera della scoperta.


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