Affezionarsi al proprio disagio: perché facciamo fatica a cambiare

da | Giu 19, 2025 | Sto cercando di cambiare | 0 commenti

Ci sono disagi che ci abitano da così tanto tempo da somigliare quasi a una seconda pelle. Non li amiamo. Ma li conosciamo.
A volte ci stanno stretti, altre ci stringiamo a loro come si fa con una coperta ruvida nelle notti d’inverno: graffia, ma almeno scalda.

Un giudizio severo che torna ogni volta che sbagliamo, una paura che ci paralizza davanti a qualcosa di nuovo, una tristezza che non riusciamo a scrollarci di dosso. Una voce interna che ci sussurra “non ce la farai”“non sei abbastanza”“è sempre colpa tua”. E invece di allontanarla, quella voce, la ascoltiamo. La lasciamo restare.

E più li combattiamo, più sembrano restare. Fino a che, un giorno, ci accorgiamo che non li stiamo solo subendo.
In qualche modo, li stiamo custodendo. Ci siamo affezionati.

Una voce che ci fa compagnia

Ho un’amica che, ogni volta che inizia qualcosa di nuovo, dice:
“vediamo se questa volta ce la faccio, tanto lo so, poi mi perdo.”
Lo dice sorridendo, ma sotto quel sorriso c’è una rassegnazione che conosco bene. Una voce che ha imparato a portarsi dietro ovunque. Come un sottofondo familiare.

E quella voce, anche se la ferisce, la tiene al riparo da qualcosa di peggio: l’illusione di potercela fare e poi scoprire di non riuscirci.

Anche in seduta mi capita di vedere questo: persone che si raccontano sempre nello stesso modo, con lo stesso disagio in primo piano.
Non perché non vogliano stare meglio. Ma perché quel malessere è diventato parte della loro identità. È la coerenza che tiene insieme il passato e il presente.

È così che il dolore può diventare casa. Una casa storta, piena di spifferi, ma nostra.
Cambiarla significherebbe rimettere tutto in discussione. E questo fa paura, più di quanto spesso ammettiamo. Perché ci obbliga a chiederci: chi saremmo senza quel disagio? E se non fossimo capaci di essere altro?

La lealtà invisibile a ciò che siamo stati

A volte, restare dove si soffre è una forma di lealtà a chi siamo stati finora. A ciò che abbiamo dovuto fare per essere visti, amati, accettati.

Chi ha imparato a meritarsi l’affetto con l’impegno, fatica a sentirsi degno se non lotta.
Chi ha imparato a non disturbare, si sente invadente se prova a chiedere.
Chi ha costruito una vita intorno all’idea di essere quello/a forte, spesso resta incastrato in ruoli che non lasciano respirare, pur di non deludere nessuno.

Non è masochismo. È un modo per restare fedeli a un’immagine che abbiamo coltivato per sopravvivere.
Per sentirci interi. Perché rompere quella narrazione significherebbe rischiare il vuoto.
La domanda scomoda da farci è: cosa resta di me, se smetto di stare male? chi sono senza la mia difficoltà?

Quando il disagio ci protegge da ciò che non conosciamo

Mettere in discussione il proprio disagio fa paura. Perché ci mette di fronte a parti di noi che non conosciamo.
Che non abbiamo mai lasciato emergere davvero.

Una paziente una volta mi ha detto, parlando della sua ansia:
“Se non mi sento in ansia, non capisco più chi sono.”
Per lei, l’agitazione era diventata un modo per sentirsi viva, presente, impegnata.
E smettere di provarla la metteva davanti a un vuoto identitario: “E adesso cosa faccio? Chi sono se non sto male?”

Restare nel disagio -per quanto scomodo- ci protegge da una responsabilità ancora più grande: quella di prenderci cura di noi facendo scelte nuove.
Di guardarci da altri punti di vista.
Di scoprire chi altro possiamo essere oltre ciò che ci fa male.

Ma questa esplorazione richiede fatica e coraggio: non possiamo sapere in anticipo cosa troveremo.
E il rischio di confermare le nostre paure (“non sono capace”, “non valgo abbastanza”) può diventare un freno potentissimo.

Quando il disagio non consola più, ci vuole una storia nuova

Eppure, arriva un momento – magari piccolo, silenzioso – in cui qualcosa si incrina.
Il disagio che prima ci teneva compagnia, adesso punge.
La voce interiore non consola, ma giudica.
Quel modo di stare al mondo che ci sembrava inevitabile, inizia a starci stretto.

E allora forse qualcosa si muove. Forse ci chiediamo: “E se potessi essere anche altro?” “E se potessi smettere di definirmi solo attraverso quello che mi ferisce?” “E se provassi, un passo alla volta, a costruire una nuova narrazione di me?”

Lasciare andare il disagio a cui ci siamo affezionati è un atto di grande amore verso noi stessi. Vuol dire attraversare l’incertezza, restare un po’ sospesi.
Non sapere più esattamente chi siamo.

Ma è lì che si apre la possibilità di una storia più ampia che va oltre il nostro dolore: lo include ma non si esaurisce li. Una storia non perfetta, ma vera.

Una storia in cui non siamo solo la nostra ferita, ma anche la cura che sappiamo offrirci.
In cui non siamo solo quello che ci ha fatto male, ma anche il desiderio che ci guida, oggi, verso una direzione diversa.

Perché anche nelle crepe del disagio può entrare la luce di una nuova possibilità. Basta solo cominciare a guardare altrove.

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Chi sono

Sono Claudia Mandarà

Psicologa delle relazioni interpersonali. 
Amo accogliere e accompagnare verso il cambiamento le persone che attraversano un momento critico. Scopri come posso aiutarti con un mio percorso o un corso.

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