Sara ha capito che stava per scoppiare quando ha chiuso il cassetto con irruenza. Era da tutta la mattina che cercava di lavorare con suo figlio malato sul divano, il telefono che vibrava di continuo, una richiesta dietro l’altra. Poi è arrivato un messaggio: “Hai preso il latte?” e qualcosa dentro si è rotto. «Lo prendi tu, no?!» ha risposto al compagno, con un tono che non le era piaciuto. Subito dopo si è sentita svuotata, con il nodo in gola. Non era solo stanchezza. Era troppo. Troppa richiesta, troppo carico, troppe cose tutte insieme.
Succede spesso anche a me. Giornate in cui la quantità di notifiche, messaggi, promemoria mi fa sentire come se stessi inseguendo tutto e non raggiungendo niente. Al mare, in questi giorni, stiamo vivendo momenti belli. E altri, più faticosi.
I bambini sovraeccitati da ogni novità, voci che si accavallano, “mamma” ripetuto cento volte, giochi da recuperare sotto il sole, sabbia ovunque, ritmi sballati, le medesime richieste a ogni ora.
Mi sono sorpresa più volte a rispondere stizzita, con quella voce tesa che non mi somiglia.
Non era solo irritazione. Era troppo. Troppi stimoli, poca possibilità di fermarmi, di ascoltarmi, di respirare. Basta una cosa fuori posto -un cambio programma, una dimenticanza, una domanda in più- per sentire il cuore che accelera, la testa che si stringe, e il bisogno urgente di silenzio. Di spazio.
Sono segnali. Del corpo, della mente, del sistema nervoso. Segnali che dicono che siamo fuori dalla nostra finestra di tolleranza: quel luogo interno in cui riusciamo a stare con noi stessi e con gli altri in modo regolato, flessibile, presente.
Quando usciamo da lì, non siamo “sbagliati”: siamo solo sopraffatti. E imparare a riconoscerlo -senza giudicarci- è il primo passo per prenderci cura di noi in modo nuovo.
Che cos’è la finestra di tolleranza?
Immagina una specie di corridoio interno in cui, quando ci troviamo al suo interno, riusciamo a sentire le emozioni senza esserne sopraffatti. È lo spazio in cui possiamo pensare con chiarezza, sentire senza annegare, agire senza reagire d’impulso. È la zona del nostro funzionamento ottimale: non troppo attivati, non troppo spenti. Presenti. Connessi. Regolati.
Ma quando qualcosa ci stressa oltre misura, ne usciamo. C’è chi “esce verso l’alto”: si sente agitato, nervoso, sotto attacco.
E chi “verso il basso”: si chiude, si spegne, si scollega da tutto.
Non è solo quanto stress viviamo, ma come lo attraversiamo. Una stessa giornata può pesare in modo diverso, a seconda di quanto spazio interiore abbiamo. E no, non è debolezza. È che, a volte, la nostra finestra si restringe. E tutto diventa troppo.
Perché riconoscerla fa la differenza
Capire se siamo dentro o fuori dalla nostra finestra di tolleranza è come avere una mappa del nostro territorio interiore. Significa poter dire: “Ecco perché sto così”, invece di pensare “Non va bene sentirmi così.” A volte basta accorgerci che:
- il respiro è corto o trattenuto
- parliamo con un tono che non ci piace
- ci sentiamo stanchi in modo strano, svuotati
- siamo iperconnessi o, al contrario, del tutto scollegati
Non serve una formula magica per ritrovare l’equilibrio. Ma ci sono piccoli gesti che, ripetuti, ci aiutano a tornare a casa.
A volte bastano tre respiri lenti.
O appoggiare i piedi nudi sulla sabbia.
O chiedere una pausa, anche solo di cinque minuti.
O dire ad alta voce: “Mi sento sopraffatta, ho bisogno di rallentare.”
Ancorarci al corpo. Connetterci a qualcuno. Accorgerci di noi. Coltivare un buon ritmo in cui alterniamo attivazione e riposo. Sono queste le cose che ci aiutano a prenderci cura di noi nei momenti in cui siamo sopraffatti o spenti.
Adesso torna a te: se ti guardi indietro, quali sono stati i segnali – nel corpo, nei pensieri, nelle emozioni- che ti hanno fatto capire di essere fuori dalla tua finestra di tolleranza? E cosa ti ha aiutato, anche solo per un istante, a rientrarci?
Prenderci cura di noi inizia da qui: riconoscere dove siamo, prima di decidere come dovremmo stare.


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