Quand’è che diventiamo persone risolte?
Non sempre crescere significa risolvere. A volte significa incontrare di nuovo ciò che pensavamo superato, senza viverlo come un fallimento ma come parte del vivere.
Non sempre crescere significa risolvere. A volte significa incontrare di nuovo ciò che pensavamo superato, senza viverlo come un fallimento ma come parte del vivere.
C’è una stanchezza che non si vede, che si nasconde dietro l’efficienza e il fare continuo. È la stanchezza di chi non si concede tregua e ha dimenticato come sentire.
Quando tutto pesa, il corpo spesso trattiene: il respiro, le spalle, lo stomaco. La leggerezza non è evasione, ma un modo per restare presenti e rendere il peso più portabile.
Ci sono momenti in cui tutto è troppo: troppe richieste, troppi stimoli. Questo post ci aiuta a riconoscere quando usciamo dalla nostra finestra di tolleranza — e come possiamo rientrarci.
A volte il cibo diventa un rifugio. L’unico modo che conosciamo per procurarci un po’ di piacevolezza per attraversare una giornata difficile, per placare l’ansia, spegnere la noia o riempire un vuoto.
È una forma di violenza quella di invalidare le esperienze emotive nostre e di chi ci sta vicino. È un giudizio che arriva dritto a screditare l’affidabilità delle sensazioni, che il più delle volte non vogliono essere etichettate o risolte.
Al contrario, tutti noi abbiamo bisogno di sentirci riconosciuti e confermati nel nostro modo di sentire e di leggere la realtà. Tutte le volte che accade sentiamo che l’altro ci restituisce la legittimità delle nostre emozioni. Le riconosce come valide, ovvero comunica che quel sentire ha un senso, va bene, è comprensibile.