Qualche giorno fa mi è arrivata una domanda che mi è rimasta addosso: “Ma tu riesci davvero a fare tutto quello che ci proponi?”. A prima vista sembrava una curiosità pratica, o forse perfino una diffidenza verso la mia autenticità. Ma in quelle parole ho sentito nascere qualcosa di più profondo. Ho ascoltato, e presto ho capito che non stava parlando di me, ma di sé.
Era la voce di chi si sente ancora nel caos, di chi inciampa e si chiede se sia davvero possibile raggiungere una stabilità che non vacilla mai.
Come si raggiunge quella stabilità emotiva? E poi cos’è, davvero? Si raggiunge una volta per tutte, o resta sempre in bilico?
Stabilità è imparare a tornare
La risposta alla domanda è semplice: no, non riesco a fare sempre tutto quello che propongo. E perché dovrei?
Gli strumenti che condivido -la scrittura, il silenzio, la mindfulness, l’ascolto- fanno parte della mia vita e della mia quotidianità. Sono come fili che tornano e ritornano, a volte più presenti, altre più sottili. Ma appunto, inciampo. Mi stanco, mi perdo, mi lascio travolgere.
E allora non è che la stabilità scompaia: è che mi ricorda che non è perfezione, non è costanza senza sbavature. È piuttosto la capacità di ritrovare quei fili e riprenderli in mano, anche dopo una pausa, anche dopo una caduta.
Se dovessi dirlo in poche parole: la stabilità non è assenza di difficoltà, ma dimestichezza con il ritorno. La capacità di rientrare in contatto con noi stessi ogni volta che ci si perde.
Quando pensiamo di essere un disastro
Da fuori, spesso scambiamo vite ordinate o fatte di scelte conformi per il segno di un equilibrio già trovato, di una vita tutta centrata e definitiva. Ma ciò che appare solido è spesso il risultato di tanti ritorni, di oscillazioni che con il tempo diventano familiari.
Penso a una paziente che mi raccontava spesso di sentirsi un disastro. Ogni volta che perdeva la calma con i figli, si convinceva di non essere capace di nulla. Tu parli di mindfulness, di ascolto, di consapevolezza… ma io urlo. E allora che madre sono?
Abbiamo lavorato a lungo su questo punto. Non per eliminare gli scatti di rabbia, ma per aiutarla a ritrovare il modo di rientrare in contatto con sé dopo.
All’inizio ci metteva giorni a perdonarsi, poi ore, poi minuti. Finché ha scoperto che anche chiedere scusa, respirare, prendersi un momento in più, erano già forme di ritorno.
La sua stabilità non era non arrabbiarsi mai. Era riconoscere di aver sbagliato, e tornare a sé abbastanza presto da non perdersi del tutto.
Imparare a fidarsi delle oscillazioni
Stabilità significa imparare a fermarsi, respirare, ascoltarsi. Vuol dire accettare il buio senza credere che durerà per sempre. Vuol dire sapere che il dolore ci attraversa, ma non ci definisce.
Perché la stabilità emotiva non è rigidità. È un movimento che ci permette di cadere e rialzarci, di perderci e ritrovarci, senza smettere di avere fiducia nella strada di casa.
I piccoli gesti che ci riportano a noi
Per me, tornare a me stessa è fatto di gesti semplici: una pagina di scrittura che lascia posare i pensieri, dieci minuti di silenzio, qualche passo lento nella natura, un respiro che scende fino alla pancia.
Sono pratiche minute, ma che con il tempo hanno reso familiare la via del ritorno.
Cosi la stabilità smette di essere una meta rigida: diventa piuttosto una danza. Un movimento che non teme l’oscillazione, un filo che si tende e si rilassa senza spezzarsi.
Perché alla fine non siamo stabili perché restiamo sempre in piedi. Siamo stabili perché sappiamo come tornare. E in fondo, ogni ritorno porta con sé una promessa silenziosa: che non ci si perde mai del tutto. Che dentro di noi c’è sempre una casa che aspetta.

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