Sono molto affezionata alla rabbia.
Non perché mi piaccia starci dentro ma perché, nella mia storia, mi ha salvata più volte. E le sono grata.
Mi ha fatto guadagnare più volte l’esperienza di essere espulsa, sì. Di perdere approvazioni e appartenenze.
Ma ogni volta che è accaduto, mi ha riportata a me.
Mi ha ricordato che non potevo continuare a restare nei luoghi dove, per essere accolta, dovevo evitare di dire.
Mi ha tenuta su – con un’energia straripante in corpo – quando dentro qualcosa crollava. Mi ha fatto dire basta quando avrei continuato a restare, o a dare. Perché dare troppo non è generosità: è compiacenza.
Mi ha dato una forza che non sapevo di avere.
Per molto tempo, però, l’ho maltollerata.
La vedevo come qualcosa da rendere presentabile, come se la rabbia dovesse prima essere bonificata per meritarsi ascolto.
Poi ho capito che sotto quella fiamma c’era una parte più tenera, rattristata, che non chiedeva altro che essere ascoltata.
E quando ho imparato a darle voce, la rabbia è diventata una bussola: mi orienta verso ciò che mi ferisce, e verso ogni forma di abuso di potere.
Forse è per questo che la riconosco così bene anche negli altri.
L’altro giorno, in terapia, un giovane uomo mi raccontava una serie di piccoli soprusi che subiva e a cui rispondeva in modo logico, composto, gentile. Come se la misura e la calma potessero convincere da sole chi non vuole ascoltare.
Ho un fiuto acutissimo per la rabbia che non si mostra, che si traveste da calma, da gentilezza, da controllo.
Quella che tiene tutto insieme, anche quando dentro si è logori, in cerca di un giudice comprensivo che faccia il lavoro al posto nostro. È una rabbia composta, educata, ragionevole fino allo sfinimento.
Eppure, sotto, c’è un bisogno che chiede solo di essere ascoltato.
E lo so bene, perché a volte continua ad accadere anche a me, nelle pieghe delle mie giornate, quando non le do lo spazio di cui avrebbe bisogno
Quando mi irrito con mia figlio o mia figlia, di solito non è per ciò che hanno fatto.
È perché non riconosco in tempo un mio bisogno: di spazio, di silenzio, di tregua.
E allora la rabbia prende la parola al posto mio, per ricordarmi che ho un limite, e che non posso chiedermi di essere sempre accogliente.
La rabbia, quando la ascolto davvero, mi riporta a casa.
A quella parte viva, vulnerabile, che non vuole ferire ma essere vista. Da me, prima di tutto.
Di questo parla la seconda puntata di Un passo alla volta: “Non era lei, era un bisogno inascoltato”
Un episodio nato dal desiderio di restituire dignità a quella forza che spesso giudichiamo, ma che in realtà cerca solo ascolto.
Perché a volte la rabbia non è contro qualcuno: è per proteggere qualcosa che non ha ancora avuto voce.


0 commenti