Non tutto ciò che fa male è un sintomo

da | Ott 30, 2025 | Quando mi sento troppo (o troppo poco) | 0 commenti

Era rimasta in silenzio per qualche secondo, lo sguardo fisso sul pavimento. Poi ha detto piano: “Vorrei imparare a riconoscere subito i segnali. Per non ferirmi più così, per amore”

Le dita giocherellavano con il bordo del fazzoletto, come a voler piegare via la fragilità. In quelle parole – non voglio più soffrire –  c’era qualcosa che mi ha toccata. Perché la capiamo tutti, quella stanchezza.
Il desiderio di imparare a prevedere, a difendersi, a non inciampare più negli stessi dolori.

Il desiderio di non sentire

Ma, sotto la richiesta di imparare a leggere le avvisaglie, si nasconde un’altra domanda, più profonda e meno detta: come faccio a non sentire così tanto?

Quasi che la maturità emotiva significasse non farsi toccare più, che la consapevolezza dovesse diventare una corazza.

Eppure non tutto ciò che fa male è un sintomo. A volte è solo la vita che si fa sentire: l’amore che mostra i suoi limiti, la delusione che rivela il bisogno di essere scelti, la rabbia che protegge una ferita, la tristezza che ricorda che abbiamo amato davvero.

La fisiologia del sentire

Abbiamo imparato a leggere la sofferenza come un segnale di malfunzionamento, come qualcosa da correggere, aggiustare, eliminare.

Eppure molte delle emozioni che temiamo non sono disturbi: sono parte della fisiologia dell’essere vivi.

Soffrire per una relazione che finisce, sentire nostalgia, incertezza, paura non sono regressioni.
Sono la prova che partecipiamo alla vita, che siamo ancora disposti a metterci il cuore, anche quando fa male.

Viviamo in una cultura che misura il benessere in termini di efficienza: funzionare, reagire, ripartire subito.
E se il dolore non si risolve in fretta, diventa subito un sintomo, un segno che “qualcosa non va”.

Così finiamo per cercare di curare la tristezza invece di ascoltarla, di gestire la paura invece di attraversarla, di zittire la nostalgia invece di accoglierla come memoria d’amore.

A volte è solo la vita che ci chiede di fermarci un momento, di sentire quello che c’è, prima di tornare a camminare.

Le strategie di previsione

Nel tentativo di imparare a “stare sempre meglio”, ci allontaniamo proprio da quello che ci renderebbe umani: il contatto con la vulnerabilità.

Ci costruiamo piccole strategie di previsione e controllo, come se anticipare il dolore potesse evitarlo. Ma sotto, spesso, c’è la paura di tornare a sentire.

Eppure è proprio lì – nel sentire pieno – che nasce la possibilità di trasformare.

Il dolore non è un guasto da riparare, è una voce, una richiesta di ascolto. Un invito a fermarci, a stare vicini a quella parte di noi che duole, senza giudicarla né metterla a tacere.

Forse è proprio questo, in fondo, il cuore della terapia: imparare a restare in contatto con ciò che fa male, finché il dolore non diventa parola, finché non ritrova un senso.

Il mestiere del guaritore ferito

Qualche tempo fa, una giovane collega mi ha portato in supervisione il suo dolore in risposta alla storia di un paziente. Era molto coinvolta, turbata da ciò che accadeva nella relazione terapeutica, e mi ha chiesto con sincerità disarmante: “Aiutami a non sentire così tanto. Come posso proteggermi per restare lucida, utile, professionale?”

Mentre parlava, ho sentito tanta tenerezza. La tenerezza di chi sperimenta che curare non è solo comprendere, ma anche farsi toccare.

Invece di attivarmi per darle risposte o strategie, le ho detto che non potevo aiutarla con una soluzione, perché non conosco una terapia che si faccia da schermati.

Nella stanza della terapia – i miei pazienti lo sanno – ci sto col cuore nudo. A volte con gli occhi lucidi, a volte anche soffrendo con l’altro, senza soluzioni rapide, senza anestesie.
E poi – fuori – mi prendo cura di ciò che quel contatto ha smosso: prima del mio patire, e poi di quello dell’altro, con la stessa gentilezza che vorrei insegnargli.

È un mestiere particolare, quello che faccio: non quello dei guru con risposte pronte, ma dei guaritori feriti, che imparano a tenere insieme la propria vulnerabilità e la propria competenza.
La vera lucidità non nasce dal distacco, ma da un contatto consapevole con ciò che si muove — dentro e fuori.

Imparare a restare

Forse non possiamo smettere di soffrire del tutto. Ma possiamo imparare a farlo con senso, con presenza, con dignità. A riconoscere che il dolore non è sempre un nemico, ma una voce che ci ricorda che siamo vivi, che ci importa ancora.

Più che imparare a prevedere tutto, forse dovremmo imparare a restare. A restare accanto al nostro cuore quando trema, come si resta accanto a un’amica: in silenzio, con una mano che dice ci sono.

E penso a lei, a quella donna che voleva imparare a non soffrire più per amore. Forse oggi le direi che il vero passo avanti non è smettere di sentire, ma concedersi di stare.

Scrivo queste parole pensando a tutte le volte in cui abbiamo scambiato la sensibilità per debolezza, la fatica per errore. A tutte le volte in cui ci siamo detti: “Non dovevo sentire così tanto.”

E invece forse sì. Forse è proprio lì che la vita ci parla.

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Sono Claudia Mandarà

Psicologa delle relazioni interpersonali. 
Amo accogliere e accompagnare verso il cambiamento le persone che attraversano un momento critico. Scopri come posso aiutarti con un mio percorso o un corso.

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