La stanchezza di chi vuole fare sempre meglio

da | Ott 9, 2025 | Quando mi sento troppo (o troppo poco) | 0 commenti

A volte mi capita di guardare le persone che incontro -in terapia, o semplicemente nella vita- e di vedere nei loro gesti un filo comune: quella corsa silenziosa a fare, sistemare, dimostrare, non fermarsi mai.

Mi colpisce sempre quanto, dietro a tutta questa efficienza, si nasconda spesso un’enorme stanchezza. Una stanchezza che conosco bene anch’io, e che a volte confonde: perché sembra forza, ma è sopravvivenza.

C’è una stanchezza che non si vede, che si mimetizza tra i risultati raggiunti, le parole giuste, le cose fatte bene. È la stanchezza di chi non si concede tregua. Di chi continua a fare, a dare, a cercare di essere all’altezza, anche quando non sa più bene di cosa, o di chi.

Martina ha trentotto anni, un lavoro che le piace, due figli, una casa sempre in ordine. Non ho motivi per sentirmi così, mi dice in terapia. Eppure si sveglia ogni mattina con un senso di vuoto, fatica a concentrarsi, e il solo pensiero di sbagliare qualcosa le fa venire le lacrime agli occhi. Forse sono solo pigra. Forse mi sto impigrendo, e non riesco più a tenere il ritmo.

Ma quello che Martina vive non è pigrizia. È una forma di depressione che ha imparato a indossare maschere impeccabili: un sottofondo di tristezza e scoraggiamento che si intreccia con un perfezionismo molto rigido. Una forma di depressione che si nasconde bene dietro il fare.

Non sembra triste. Ma è esausta. La depressione mascherata dal perfezionismo spesso passa inosservata. Non si manifesta con apatia evidente o ritiro, ma con un continuo sforzo di essere ok.

Chi ne soffre può apparire efficiente, brillante, presente. Dentro però si sente cronicamente inadeguato/a, in difetto, in corsa continua per colmare una distanza tra ciò che è e ciò che pensa di dover essere.

Anche noi, forse, ci siamo qualche volta ritrovati in quella corsa. Con un sorriso educato, mentre dentro ci sentivamo svuotati/e.

Con mille cose da fare, perché fermarsi significherebbe sentire troppo. Con la sensazione che il minimo errore basti a far crollare tutto. Perché se non sei perfetto/a, non sei abbastanza.

Quando il piacere non trova più spazio

E mentre ti racconto di Martina, mi torna in mente un’altra storia. Un volto diverso, ma la stessa fatica silenziosa. Silvia ha 29 anni, una carriera in ascesa, un’agenda sempre piena. Mi dice: Ho smesso di leggere romanzi, non ho tempo. Anche andare a cena con le amiche mi pesa, sento di perdere ore preziose. Però poi mi sento vuota. E mi chiedo a cosa serva tutto questo correre.

Potremmo pensare che Silvia sia solo stressata ma in questo presente strapieno quello che ha perso non è solo tempo libero: ha perso il contatto con il piacere. Quella scintilla che ci fa sentire vivi, nutriti, presenti a noi stessi.

Quando ogni gesto viene valutato per la sua utilità, quando ogni giornata è solo una prestazione da portare a termine, il piacere viene messo da parte. E, poco a poco, anche la gioia evapora.


La tristezza di chi non può fermarsi

E poi c’è Marco. Un’altra storia, un’altra forma che prende la stessa stanchezza. Ha quarantaquattro anni, e dirige un’azienda. Anche in vacanza non riesco a rilassarmi, mi dice. Ogni volta che mi siedo senza fare niente, sento una specie di ansia. Come se stessi sprecando tempo.

Sotto quella tensione al fare, c’è spesso una ferita profonda: il timore di non valere abbastanza, se non si produce, se non si dimostra qualcosa.
Il fare allora diventa un rifugio, un modo per non sentire quella mancanza, quella tristezza che affiora quando tutto tace. E così, anche il tempo teoricamente dedicato al riposo o al piacere diventa un altro terreno di prestazione.

Si può essere depressi senza nemmeno accorgersene, se siamo allenati a funzionare, ma non più a sentire.

Quale bisogno di nasconde sotto la perfezione?

Il perfezionismo non è un tratto da correggere, ma una strategia di sopravvivenza. Spesso è una corazza che nel tempo si è fatta rigida, per proteggere una parte vulnerabile che teme il rifiuto, il giudizio, l’abbandono.

Eppure, quando tutto diventa dovere, anche il piacere si spegne. L’ascolto di sé si fa impossibile. Il corpo non trova tregua. La mente è piena, ma il cuore resta vuoto.

Tornare a respirare

E se imparassimo a bastarci anche quando non brilliamo? Imparare a lasciar andare l’ideale di “essere all’altezza” non significa accontentarsi, ma ritrovare spazio per respirare. Per ascoltarci. Per scegliere con più libertà. Per dire: oggi non ho voglia, oggi non mi va, e va bene così. Per tornare a chiederci: cosa mi fa bene? cosa mi dà piacere? cosa mi nutre davvero?

Forse anche noi, ogni tanto, dovremmo smettere di rincorrere la versione impeccabile di noi stessi, e prenderci per mano nella nostra umanità imperfetta. A scegliere il sentire, prima del fare. Perché ci meritiamo una vita in cui il piacere non sia un premio da meritare, ma un diritto da coltivare.
Sempre.

Ed è questo che, ogni volta, proviamo a fare nei percorsi di libroterapia: fermarci, ascoltare le storie — quelle scritte e quelle che ci abitano dentro — per ritrovare contatto con ciò che sentiamo davvero. Ogni incontro è uno spazio in cui non serve dimostrare nulla. Basta esserci, con quello che c’è.

Se senti che anche tu stai correndo da un po’, magari può essere un buon momento per sederti con noi. Una pagina alla volta, un respiro alla volta.

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Sono Claudia Mandarà

Psicologa delle relazioni interpersonali. 
Amo accogliere e accompagnare verso il cambiamento le persone che attraversano un momento critico. Scopri come posso aiutarti con un mio percorso o un corso.

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