Lo so, in questi giorni parlare di leggerezza può sembrare fuori luogo. Il mondo ci mette davanti a immagini e notizie difficili, e ci sentiamo impotenti. Altro che leggerezza.
Eppure, ieri mattina, con il cuore un po’ gonfio, pensavo che il primo atto di responsabilità che possiamo fare per noi stessi è non lasciarci schiacciare emotivamente da tutto questo.
Non per ignorare, ma per restare presenti e capaci di prenderci cura, di noi e di chi ci sta accanto.
E se ci pensiamo, quella stessa sensazione di peso che proviamo guardando fuori spesso la ritroviamo anche dentro la nostra quotidianità.
Piccoli momenti in cui ci accorgiamo che il corpo trattiene più di quanto vorremmo.
A volte succede così: siamo seduti al tavolo o alla scrivania, e ci accorgiamo che stiamo trattenendo il respiro.
Le spalle rigide, la mandibola serrata, lo stomaco in tensione.
Non è successo niente di particolare, eppure il corpo racconta una storia diversa: quella di un peso che non ti abbandona.
Qualche giorno fa, in studio, una persona mi ha detto: “Non so più rilassarmi. Anche quando non ho niente da fare, il corpo rimane contratto come se dovessi ancora correre da qualche parte”
E su Telegram, quando abbiamo abitato insieme la parola leggerezza, sono arrivate immagini che sembrano antidoti a questa fatica: ridere forte, uscire senza orologio, ballare da soli in soggiorno, lasciarsi sorprendere come fanno i bambini, sedersi a un tavolino senza fretta, concedersi una colazione lenta con i profumi del miele e dello zenzero. Piccoli gesti che aprono spazio e ricordano che un’altra presenza è possibile.
Eppure, quel peso che ci accompagna è fatto di responsabilità, impegni, richieste.
Alcune arrivano dall’esterno — il lavoro, la famiglia, le aspettative degli altri, quello che sta accadendo nel mondo non troppo lontano da noi.
Altre invece ce le cuciamo addosso da soli: essere all’altezza, non sbagliare, fare sempre un po’ di più.
Così capita che, anche nei momenti che dovrebbero essere leggeri — una passeggiata, una lettura, un pranzo in compagnia — non riusciamo davvero a esserci.
Non viviamo l’esperienza: la gestiamo. Non respiriamo: tratteniamo.
La leggerezza, allora, per molti di noi diventa un punto d’arrivo.
Un approdo che dobbiamo reimparare a cercare, recuperandolo da quella parte bambina, genuina, libera e spontanea che da piccoli ci apparteneva senza sforzo.
Reimparare la leggerezza significa togliere, non aggiungere.
- Significa liberarsi dal perfezionismo, da quella voce che dice che non è mai abbastanza.
- Significa concedersi il permesso di fermarsi, senza sentirsi in colpa.
- Significa respirare più a fondo, sciogliere le spalle, aprire uno spazio dentro.
Una ragazza l’altro giorno mi ha detto: “Io però non voglio scavare dentro. Vorrei solo smettere di pensare, staccare la testa, divertirmi un po’.”
E lo capisco bene. Anche lo svago serve.
Ma la leggerezza che possiamo coltivare qui non è evasione.
Non serve a dimenticare quello che pesa, ma ad alleggerirlo.
A renderlo più portabile, perché non sia più un fardello solitario.
Questo è anche il filo che guiderà il nuovo gruppo di libroterapia: Ritrova leggerezza, riga dopo riga.
Da ottobre ad aprile, tra romanzi, scrittura e condivisione, proveremo a sciogliere insieme ciò che appesantisce e a fare spazio a ciò che nutre.
Ti aspetto anche li se vuoi.


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