Non capisco cosa ci sia che non va. Questo weekend non ho fatto praticamente niente. Ho dormito fino a tardi. Sono rimasta sul divano. Ho guardato una serie TV. Eppure mi sento stanca come venerdì.
Mentre parla, continua ad aggiungere dettagli. Ho dormito. Ho rallentato. Mi sono concessa due giorni liberi… Come se stesse cercando le prove che ha fatto tutto per bene.
Eppure qualcosa non torna: c’è una delusione silenziosa nelle sue parole. Come se quel fine settimana avesse fatto una promessa che non ha mantenuto.
Le chiedo di raccontarmi quei due giorni.
Non c’è molto da dire, risponde. Poi, poco alla volta, i dettagli cominciano ad affiorare.
Ha controllato solo una mail, ha ripensato a quella conversazione di venerdì, ha iniziato a organizzare mentalmente la settimana successiva. Verso sera era già a lunedì.
Poi si interrompe e rimane in silenzio. E dice: è come se non avessi mai davvero staccato!
Credo che molti di noi conoscano quella sensazione, quella in cui il corpo si è fermato, ma qualcosa dentro continua a correre.
Forse è da qui che vale la pena partire. Perché riposare e recuperare non sono la stessa cosa.
Non basta fermarsi
Per molto tempo ho pensato che recuperare significasse semplicemente smettere di fare. Chiudere il computer, spegnere la sveglia, aspettare il weekend, le ferie, una pausa.
Come se bastasse interrompere ciò che facciamo perché anche il nostro mondo interiore rallentasse.
Eppure non funziona sempre così. Possiamo trascorrere un’intera giornata senza lavorare e arrivare a sera con la sensazione di essere ancora svuotati.
Il recupero, forse, non coincide con il momento in cui ci fermiamo, comincia quando qualcosa dentro di noi può finalmente smettere di restare in tensione.
La sentinella
A volte penso che dentro ciascuno di noi viva una sentinella.
Quando attraversiamo un periodo difficile sale sulla sua torre e fa quello che sa fare meglio: guarda lontano, ascolta ogni rumore, controlla che non ci siano nuovi pericoli.
È grazie a lei se riusciamo ad affrontare i momenti più faticosi della nostra vita. Ci protegge.
Il problema è che, qualche volta, la sentinella è così fedele al suo compito che continua a fare il turno di guardia anche quando il paesaggio è tornato tranquillo. L’allarme ha smesso di suonare ma lei continua ad ascoltare il silenzio, come se si aspettasse che, da un momento all’altro, possa ricominciare.
Forse è anche così che funziona il nostro sistema nervoso.
Dopo periodi di stress prolungato può volerci tempo prima che il nostro organismo percepisca davvero di essere al sicuro.
Così il corpo è sul divano ma una parte di noi continua a vigilare, a controllare, a prevedere, a prepararsi.
Non perché non siamo capaci di riposare ma perché quella sentinella non ha ancora ricevuto il permesso di scendere dalla torre, di posare lo sguardo e di riposare, finalmente, anche lei.
Forse possiamo imparare a farci una domanda diversa. Non tanto Mi sono riposato/a abbastanza? ma che cosa ha aiutato la mia sentinella a capire che, almeno per un momento, poteva abbassare la guardia?
Per qualcuno sarà una passeggiata, per qualcun altro il mare, una cena con una persona a cui vogliamo bene, qualche pagina di un romanzo, il silenzio del mattino, una pratica di mindfulness.
Le risposte saranno diverse, la domanda, invece, è la stessa: che cosa mi aiuta davvero a recuperare?
Forse è una domanda che vale la pena portarci dentro anche nei prossimi giorni.
Perché il recupero non dipende soltanto dal tempo che riusciamo a ritagliarci, dipende anche da ciò che, poco alla volta, convince la nostra sentinella che può finalmente scendere dalla torre. E tornare, anche lei, a vivere.


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