Prendersi cura di se non è egoismo: è un atto politico

da | Ott 16, 2025 | Voglio prendermi cura di me | 0 commenti

In queste settimane, in cui il dolore del mondo fa più rumore del solito, mi è tornata alla mente una domanda che una partecipante ad un gruppo mi ha fatto qualche tempo fa:

“Ma non è che tutto questo guardarsi dentro, ascoltarsi, prendersi cura di sé… è solo un modo per restare chiusi nel proprio mondo? Alla fine, la realtà là fuori non cambia, se ci chiudiamo a meditare.”

Mi aveva colpita perché era una domanda vera. Sincera. E per nulla banale.
È anche una domanda che – se siamo onesti – ci siamo fatti tutti, almeno una volta.

A che serve sedersi in silenzio, ascoltare il proprio respiro, se intorno ci sono guerre, ingiustizie, cambiamenti climatici, fatiche collettive che gridano aiuto?
Io stessa, a volte, me lo sono chiesta.

Quando ci ascoltiamo, non ci stiamo isolando

Eppure, ogni volta che mi siedo in ascolto, sento che non sto solo occupandomi di me.
Sto imparando a stare nel mondo in un modo diverso.
A non reagire in automatico.
A non lasciarmi trascinare dal rumore.

Sto imparando a riconoscere i miei bisogni e le mie paure, a dare un nome alle emozioni invece di farle esplodere addosso a qualcuno.
E quando questo accade, succede qualcosa di piccolo ma concreto: il mondo, per un attimo, diventa meno violento.

Perché lo sappiamo: la violenza è assenza di vocabolario. Quando non sappiamo dire, urliamo.
Quando non sappiamo chiedere, pretendiamo. Quando non riusciamo a nominare ciò che ci muove, finiamo per ferire o chiuderci.

Prenderci cura di noi è un modo per interrompere questo ciclo. Per cambiare – prima dentro, poi fuori – il nostro modo di stare in relazione. E questo, sì, secondo me è un gesto profondamente politico.

Mettersi a fuoco per agire meglio

Certo, meditare non basta. Scrivere, ascoltarsi, stare nel presente, non sono la fine del viaggio. Sono l’inizio.

Prendersi cura di sé è spesso il primo modo per curare le proprie intenzioni. Per capire cosa ci muove, dove vogliamo andare, che tipo di presenza vogliamo portare nel mondo.

Senza questa chiarezza, rischiamo di agire “per dovere”, per rabbia o per senso di colpa.
O peggio, di non agire affatto. Di chiuderci, di spegnerci.

Non è egoismo, è presenza

Si, è vero, c’è un modo di prendersi cura di sé che isola. Che diventa consumo, performance, distrazione.

Ma c’è anche un modo di farlo che connette. Che ci rende più consapevoli, più empatici, più disposti ad ascoltare.

Quando impariamo a stare meglio con noi stessi, possiamo stare meglio anche con gli altri.
Possiamo iniziare a sentire davvero il mondo, e non solo a giudicarlo o volerlo cambiare in fretta.

Non dobbiamo scegliere tra il dentro e il fuori. Tra il benessere personale e l’impegno collettivo.
Tra il silenzio della meditazione e il rumore della piazza.

Possiamo partire da dentro per arrivare fuori. Possiamo farlo insieme. Con intenzione, con cura, con responsabilità.

Ogni volta che ci sediamo in silenzio, non ci stiamo tirando fuori. Ci stiamo preparando – a restare, a esserci, a prenderci parte.

E forse è anche per questo che credo tanto nel lavoro di gruppo.
Perché lavorare su di sé insieme agli altri non è una contingenza o una scelta di metodo.
È un modo per rispondere a quel bisogno antico di appartenenza, e per allenarci a creare piccole comunità in cui il modo di stare insieme nasce da un ascolto profondo – di sé e dell’altro.

È da lì che può iniziare a cambiare qualcosa. Davvero.

Ci sono gesti che ci tengono al mondo. Anche nei giorni in cui sembra difficile restarci.
Qual è il tuo? Raccontamelo, se vuoi — mi piace pensare che, da qualche parte, le nostre piccole pratiche si somiglino.

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Chi sono

Sono Claudia Mandarà

Psicologa delle relazioni interpersonali. 
Amo accogliere e accompagnare verso il cambiamento le persone che attraversano un momento critico. Scopri come posso aiutarti con un mio percorso o un corso.

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