Quand’è che diventiamo persone risolte?

da | Gen 22, 2026 | Quando mi sento troppo (o troppo poco), Voglio capirmi meglio | 0 commenti

Quando Mara mi parla del suo compagno, nell’aria si sente l’affetto. E insieme la stima: per lei è un punto di riferimento. Con lui è facile, mi dice, lo ammiro molto. È risolto. Sa chi è. Non si porta dietro tutte queste complicazioni.

Lo dice senza amarezza. Lo mette a confronto con sé stessa e con il suo modo di sentire e stare nella vita. C’è anche un pizzico di sollievo, come se quel modo di essere fosse una promessa possibile.

A lei, dall’altra parte, non succede la stessa cosa. Mi racconta che qualche sera prima era a casa e, senza un motivo preciso, ha sentito riaffiorare un’emozione che conosce bene. Una fragilità già vista. Un nodo che pensava di aver sciolto.

Il pensiero è arrivato quasi automatico: Ma possibile che io sia ancora qui? Con tutto il lavoro che ho fatto… In quei momenti, mi dice, sento una stanchezza sottile. Come se mi fossi promessa che, a questo punto della strada, avrei dovuto essere altrove.

Io ascolto.
E mentre ascolto, sento nascere una domanda che ritorna spesso nel mio lavoro: a cosa aspiriamo oggi quando immaginiamo l’“essere risolti”?

Le frasi che ci rassicurano

Ci sono espressioni che sento circolare sempre più spesso tra le persone che incontro nella stanza della terapia o che mi scrivono. A volte sono dette con leggerezza, altre con una punta di orgoglio, altre ancora come a voler rassicurare sé stessi.

«Questa cosa l’ho risolta.»
«Su questo ci ho lavorato in terapia: è risolto.»
«Quel capitolo è chiuso.»
«Ormai queste dinamiche le ho risolte.»

Spesso annuisco. Ma dentro sento una piccola contrazione. Non un disaccordo: più una stonatura che parte dalla pancia e mi riporta alla domanda di prima.

Perché non sono parole irragionevoli. Il punto è l’aspettativa che si portano dietro: l’idea che esista uno standard di benessere definitivo, un “traguardo” oltre il quale non dovremmo più incontrare dubbio, sofferenza, disagio.

Quando ciò che credevamo superato ritorna

Dalla poltrona in cui mi trovo adesso, questo lo vedo ricapitare spesso nelle vite delle persone che si guardano dentro: una relazione che ci rimette davanti a una vecchia ferita, un figlio che, senza volerlo, tocca un punto scoperto, un cambiamento di vita che riporta a galla domande antiche.

In questi momenti può capitare di pensare che stiamo regredendo. Che stiamo tornando indietro. Che tutto il percorso fatto non sia servito davvero a qualcosa.

Un orizzonte irrealistico

L’orizzonte di diventare persone risolte ci fa immaginare la crescita come una scala da salire, gradino dopo gradino, fino a un punto in cui ci si sistema definitivamente.

Ma la vita – quella vera, abitata – raramente procede in linea retta. È fatta di ritorni, di curve, di soste inattese. Di stagioni in cui ci sentiamo più centrati e altre in cui ci sentiamo più esposti.

E forse il problema non è che non siamo arrivati: è l’idea che dovremmo esserlo.

Quello che osservo – nel mio lavoro e nella mia esperienza – è che con il il tempo molte cose non si risolvono una volta per tutte. Si attraversano. Si rinegoziano. Si incontrano ogni volta da un punto un po’ diverso.

Crescere non significa eliminare l’incompiutezza. Significa farci amicizia. Vuol dire imparare a riconoscere i segnali del corpo quando qualcosa chiede attenzione. Accorgersi prima di quando stiamo forzando, o resistendo. Ricordarci che, se una parte di noi torna a farsi sentire, non è perché abbiamo fallito, ma perché stiamo vivendo.

Non persone risolte, ma persone che tornano

Forse allora il punto non è diventare persone risolte. Ma persone che hanno sempre più dimestichezza con il ritorno.

Ritornare al respiro quando ci perdiamo nei pensieri.
Ritornare al corpo quando la mente corre avanti.
Ritornare a noi stessi, senza spaventarci troppo, ogni volta che qualcosa si riapre.

Non per sistemarci. Ma per ascoltarci.

Una domanda che cambia direzione

Non so chi siano davvero le persone risolte. So però che esistono persone che, a un certo punto, smettono di chiedersi: Cosa c’è che non va in me? e iniziano a domandarsi: Cosa sta chiedendo cura, adesso?

Forse la vera maturità non è sentirsi risolti, ma permettersi di essere in divenire, senza doversi scusare. E forse è questo, alla fine, il lavoro di una vita. Non arrivare da qualche parte. Ma tornare. Ancora. E ancora. Con gentilezza. Un passo alla volta.

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Chi sono

Sono Claudia Mandarà

Psicologa delle relazioni interpersonali. 
Amo accogliere e accompagnare verso il cambiamento le persone che attraversano un momento critico. Scopri come posso aiutarti con un mio percorso o un corso.

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