Quando smettiamo di aspettare: diventare genitori di noi stessi

da | Lug 24, 2026 | Essere genitori (e figli) oggi | 0 commenti

Non riesco a capire perché ci resto ancora così male. Lo so che mio padre è fatto così. Eppure ogni volta che gli racconto qualcosa di importante e lui cambia discorso, torno a casa con un peso sul petto che non riesco a spiegare.

Rimaniamo in silenzio per qualche secondo, poi aggiunge, quasi scusandosi: Forse sono io che pretendo troppo. Le faccio una domanda. Tornando a casa, cosa avresti voluto che succedesse? Ci pensa. Che mi facesse una domanda in più – sorride, quasi imbarazzata- anche una sola sarebbe bastata.

Ogni volta che ascolto parole come queste penso la stessa cosa: molto spesso non stiamo aspettando grandi gesti. Attendiamo che finalmente arrivi una domanda, uno sguardo, una telefonata, qualcuno che dica: Ti vedo. Quello che stai vivendo mi interessa.

E ci sono attese che possono durare anni.

L’attesa ha molti travestimenti

Quasi nessuno arriva in terapia dicendo: Sto ancora aspettando che mio padre mi veda. L’attesa raramente si presenta con il suo nome, si traveste. Di rabbia, delusione, di invidia quando guardiamo chi ha avuto una famiglia diversa dalla nostra. Di relazioni che continuiamo a rincorrere, anche quando ci fanno soffrire. Di quella sensazione ostinata di dover dimostrare sempre qualcosa.

Oppure prende la forma di una domanda: Perché devo essere sempre io quello che si arrangia? Perché devo imparare io a consolarmi, quando nessuno l’ha fatto con me?

Sono domande profondamente legittime. Perché c’è qualcosa di profondamente ingiusto nel dover imparare da adulti ciò che avremmo avuto bisogno di ricevere da bambini.

Il bicchiere che continuiamo a porgere

A volte immagino tutto questo come una persona con un bicchiere in mano, un bicchiere rimasto vuoto tante volte. Eppure continuiamo a porgerlo nella stessa direzione. Magari questa volta…Magari questa volta quella telefonata arriverà, magari questa volta si ricorderà del mio compleanno, magari questa volta mi chiederà davvero come sto.

Ogni volta torniamo a casa con il bicchiere ancora vuoto, ci promettiamo che sarà l’ultima. Poi succede qualcosa: una parola gentile, un messaggio, una piccola apertura e il nostro braccio si tende di nuovo. Non perché siamo ingenui, perché sperare è una delle cose che i bambini sanno fare meglio.

Il dolore che nessuno può risparmiarci

A un certo punto, in terapia, succede qualcosa di molto delicato. Non sempre scopriamo qualcosa di nuovo, a volte scopriamo qualcosa che abbiamo sempre saputo. Che quella persona potrebbe non cambiare, che quella telefonata potrebbe non arrivare, che quel padre potrebbe non diventare il padre che abbiamo immaginato, che quella madre potrebbe non riuscire mai a guardarci come avremmo avuto bisogno. È un passaggio che fa male.

Credo che questa sia una delle cose più dolorose dell’età adulta: accorgerci che non stiamo aspettando un gesto qualsiasi. Stiamo aspettando che qualcuno diventi, finalmente, la persona di cui avevamo bisogno quando eravamo piccoli. E accorgerci, con infinita tristezza, che forse non succederà. Perché non stiamo rinunciando a un capriccio, stiamo salutando una speranza. E ogni speranza che muore chiede un tempo di lutto.

«Quindi devo pensarci ancora io?»

È una domanda che, prima o poi, arriva quasi sempre. Quindi devo pensarci io, ancora una volta a me?

Dentro queste parole c’è tutta la fatica di chi sente di essersi dovuto arrangiare per una vita. Ed è vero, non è stato giusto: non avresti dovuto imparare da solo a calmarti, non avresti dovuto convincerti che eri degno d’amore, non avresti dovuto crescere così. Riconoscere questa ingiustizia è importante. Ma restare per sempre ad aspettare che qualcun altro ripari quel passato ha un prezzo altissimo. Perché, mentre aspettiamo, la nostra vita resta in sospeso.

Il gesto più adulto

Forse diventare adulti non significa smettere di avere bisogno degli altri. Continueremo ad averne, avremo sempre sete di amore, di vicinanza, di qualcuno che ci accolga quando la vita fa paura. Il punto non è smettere di avere sete, è smettere di continuare a cercare acqua nello stesso pozzo asciutto.

Forse diventare genitori di noi stessi inizia proprio cosi: non convincendoci che ciò che ci è mancato non fosse importante né tantomeno raccontandoci che ormai è acqua passata. Ma scegliere, piano piano, di prenderci sul serio, di proteggerci, consolarci e costruire relazioni capaci di nutrirci davvero. Di imparare a chiedere aiuto senza vergogna e diventare quella voce che dice: Quello che stai vivendo conta, non ti lascio solo con questo dolore.

Gli altri continuano a essere importanti, non smettiamo di aver bisogno di loro. Semplicemente, smettiamo di consegnare a una sola persona la responsabilità della nostra vita.

Forse crescere è questo: accettare, con dolore, che alcune attese appartengono alla nostra storia. E scegliere, con infinita gentilezza, di non permettere che decidano anche il nostro futuro. Perché c’è un momento in cui il gesto più adulto che possiamo fare non è stringere i denti, è prendere quel bicchiere che abbiamo continuato a porgere per anni nella stessa direzione e avere il coraggio di voltarlo, piano piano, verso una sorgente diversa.

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Chi sono

Sono Claudia Mandarà

Psicologa delle relazioni interpersonali. 
Amo accogliere e accompagnare verso il cambiamento le persone che attraversano un momento critico. Scopri come posso aiutarti con un mio percorso o un corso.

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