A volte mi capita di incontrare persone che hanno fatto anni di terapia, letto decine di libri, frequentato corsi e percorsi. Eppure, quando raccontano di sé, sento una frase tornare spesso: “Ho ancora tanto da lavorare.”
A volte la frase cambia forma: Non ho ancora capito bene perché faccio così, dovrei riuscire a gestire meglio questa cosa, pensavo di essere più avanti. E ogni volta mi fermo un momento. Perché spesso queste parole arrivano da persone attente, consapevoli, capaci di mettersi in discussione. Persone che hanno già fatto un lungo cammino.
Eppure continuano a guardarsi come se fossero ancora un problema da risolvere. E, spesso, sono stanche di sentirsi sempre un cantiere aperto.
Quando la cura diventa un compito
Mi chiedo se, a volte, il lavoro su di noi non rischi di trasformarsi in qualcosa di molto diverso da ciò che era all’inizio. Magari avevamo iniziato un percorso per prenderci cura di noi: per soffrire meno, per comprenderci meglio, per vivere con un po’ più di libertà. Poi, quasi senza accorgercene, la cura si è trasformata in un nuovo compito: osservare, capire, analizzare, migliorare.
E questo modo di stare con noi stessi, nel tempo, può diventare molto stancante. Non tanto perché la crescita richieda impegno, ma perché iniziamo a vivere ogni emozione difficile come la prova che c’è ancora qualcosa da sistemare. Ogni ricaduta diventa un passo indietro. Ogni fatica, il segnale che non abbiamo ancora capito abbastanza.
Così finiamo per non concederci più il diritto di essere semplicemente umani, di attraversare un periodo difficile senza pensare che ci sia qualcosa che non va in noi e di ricordarci che, a volte, non tutto ciò che fa male è un sintomo. E così anche la crescita personale può trasformarsi in una forma raffinata di autocritica.
Ascoltarsi o sorvegliarsi?
Non intendo dire che la terapia non serva, o che la consapevolezza sia inutile. Ma esiste una differenza sottile tra ascoltarsi e sorvegliarsi, tra conoscersi e correggersi, tra accogliere ciò che emerge e passare la vita a cercare ciò che non va.
Le persone che incontro a volte si sentono in colpa per essere ancora ansiose dopo un percorso terapeutico, altre che si giudicano perché continuavano a provare rabbia. E anche persone convinte che ogni difficoltà sia il segnale di qualcosa che non avevano ancora compreso abbastanza bene.
Come se stare bene significasse finalmente arrivare in un luogo in cui non ci sono più nodi, fragilità o contraddizioni.
Forse il traguardo è un altro
Ma forse non è questo il traguardo. Perché crescere non significa diventare una versione migliore di noi stessi. A volte significa imparare a restare accanto a noi anche quando torniamo a inciampare negli stessi punti, avere abbastanza fiducia da tollerare il fatto che non sempre ce la faremo e che ci saranno giorni in cui saremo più reattivi, più spaventati, più stanchi. E che tutto questo non cancella il cammino fatto.
A volte, significa smettere di considerarci un progetto da aggiustare e riconoscere che ci saranno sempre aspetti da esplorare, emozioni da attraversare, domande aperte da accogliere.
Accoglierci, allora, non significa rinunciare a crescere ma smettere di pensare che il nostro valore dipenda dal fatto di riuscirci sempre. Significa continuare a coltivare consapevolezza senza pretendere di diventare impeccabili.
E che una vita piena non è fatta soltanto di consapevolezza: è fatta anche di relazioni, passeggiate, libri letti per piacere, risate, giornate storte, silenzi, errori, pranzi con gli amici, momenti in cui non stiamo imparando nulla di particolare e semplicemente viviamo.
Tornare nel mondo
Se mi conosci, me lo avrai sentito dire almeno qualche volta: “la terapia da sola non basta.” Non basta perché la cura non accade soltanto quando guardiamo dentro di noi, ma si realizza anche quando torniamo nel mondo.
Quando ci lasciamo toccare dalle cose che ci fanno bene e smettiamo, almeno per qualche momento, di chiederci come stiamo andando e iniziamo semplicemente a stare.
Forse è anche per questo che continuo ad amare strumenti come la lettura, la scrittura, la mindfulness o la psicoterapia. Perché, quando funzionano davvero, ci riportano in contatto con la vita. Non ci allontanano dal mondo, ci aiutano ad abitarlo con più presenza.
Un romanzo non ci chiede di correggerci. Ci mette davanti a vite diverse dalla nostra e, proprio attraverso quelle somiglianze e quelle differenze, ci aiuta a guardare la nostra con occhi nuovi. Una pratica di mindfulness non serve a diventare una persona migliore. Serve a tornare qui, a questo momento.
E forse è proprio questo il paradosso: spesso cresciamo di più quando smettiamo di misurare continuamente la nostra crescita.
La cura non consiste nel lavorare incessantemente su noi stessi, ma nel trovare una misura tra il guardarci dentro e il lasciarci attraversare da ciò che accade fuori. Forse, a volte, la domanda che possiamo fare a noi non è come possiamo migliorare ancora, ma come possiamo restarci accanto anche quando non ce la facciamo.


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