Prima di sedersi Martina guarda il telefono e poi lo rimette via. Sbuffa. Ci sono tre messaggi a cui vorrebbe rispondere. Uno di un’amica cara, uno del gruppo genitori, uno di una collega gentile. No, non ce la faccio, dice. Non perché non le importi, perché sia arrabbiata o perché non voglia bene a nessuno. Sente solo che ogni parola richiesta, in quel momento, pesa troppo.
Allora pensa la cosa che pensiamo in molti, quando ci succede: sto diventando fredda, mi sto chiudendo, che problema ho?
Mentre la ascolto penso a Sara, a quello che mi ha raccontato qualche giorno prima: lei la domenica sparisce. Non risponde a nessuno. Sistema casa lentamente. Cammina senza meta. Tiene il telefono in silenzioso. Ha bisogno di una giornata vuota, ma fa fatica ad ammetterlo persino a sé stessa. Le sembra un lusso ingiustificato. Eppure, in quella lentezza, qualcosa dentro di lei finalmente si distende.
Non sempre è chiusura
Molti di noi conoscono bene questi momenti. Giorni in cui non abbiamo voglia di socializzare. Giorni in cui anche le relazioni buone sembrano chiedere energie che non abbiamo. Giorni in cui il mondo intero sembra avere un volume troppo alto.
E spesso interpretiamo tutto male: pensiamo di essere sbagliati, egoisti, asociali, strani. Ma a volte non stiamo rifiutando il mondo, stiamo cercando di autoregolarci.
Quando il sistema interno chiede tregua
L’autoregolazione è il modo in cui il nostro corpo e la nostra mente provano a ritrovare equilibrio quando siamo troppo pieni, troppo attivati, troppo esposti. Succede dopo periodi intensi. Dopo giorni passati a tenere insieme tutto. Dopo conflitti per cui continuiamo a rimuginare. Dopo molto tempo trascorso disponibili per tutti. Dopo stress che abbiamo minimizzato dicendoci che “non è niente”.
A volte la richiesta di pausa arriva prima della consapevolezza. Noi magari pensiamo di stare reggendo bene. Intanto qualcosa dentro comincia a dire: non voglio vedere nessuno, non riesco a rispondere, lasciatemi stare, voglio stare da sola, non ho energie per parlare.
Non è sempre un rifiuto, spesso è un segnale.
Il giudizio complica tutto
Il problema, molte volte, non è il bisogno che sentiamo. È il modo in cui lo leggiamo. Se interpretiamo quel momento come un difetto, iniziamo ad attaccarci. Ci forziamo a uscire, rispondiamo irritati, ci sentiamo in colpa se riposiamo. Ci convinciamo di essere cambiati in peggio.
E a volte, insieme al giudizio, arriva anche un’altra paura: pensiamo che questo bisogno di ritirarci significhi che resteremo soli. Che ci stiamo spegnendo. Che questo desiderio di stare in disparte sia il segno che qualcosa dentro di noi non va.
È spesso una fantasia, non una profezia. Ma in quel momento occupa tutta la scena. Così non sentiamo più un semplice bisogno di pausa: sentiamo il timore di perderci. Se invece proviamo a considerarlo un messaggio, possiamo chiederci altro:
- Di cosa siamo pieni in questo periodo?
- Cosa ci ha saturato senza che ce ne accorgessimo?
- Da quanto non rallentiamo davvero?
- Abbiamo bisogno di isolamento… o di un contatto più delicato?
Perché non sempre serve sparire del tutto, a volte serve solo meno rumore.
Tornare a noi, piano piano
Non sempre possiamo staccare tutto e scomparire per un giorno intero. Ma spesso possiamo creare piccoli spazi che somigliano a un ritorno. Una passeggiata senza notifiche, un’ora senza dover parlare, un no detto con semplicità, senza troppe giustificazioni. Una presenza con cui non dobbiamo performare nulla. O anche un gesto lento, semplice, che ci rimetta nel corpo. Piccole cose, a volte, fanno respirare molto.
Non sempre chi si ritira si sta chiudendo. A volte si sta proteggendo, si sta ascoltando, sta tornando a sé. E a volte riconoscerlo basta già a farci respirare diversamente.


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