C’è una cura che non passa sempre dalla parola.
Una medicina silenziosa, che non si compra in farmacia e non si prescrive in seduta.
È fatta di gesti semplici, di passioni risvegliate, di piccoli riti quotidiani che ci fanno tornare a sentire.
Sono di ritorno da un weekend di giornate intensive in mezzo alla natura, con un gruppo bellissimo (al termine del percorso di libroterapia) e sento il cuore colmo e il corpo un po’ stanco. Ma soprattutto sento quanto questi momenti siano un grande nutrimento umano ed emotivo.
Il loro è un percorso terapeutico, certo. Ma mentre tornavo a casa, con quel silenzio buono addosso, è riaffiorata una riflessione più ampia che mi accompagna da tempo: come ci nutriamo, nella vita di tutti i giorni?
Quali medicamenti scegliamo quando la vita diventa faticosa?
La cura che viene dalla vita
Faccio un lavoro che mi porta spesso a incontrare le persone nel cuore della loro sofferenza. Ma sento anche un’altra vocazione, altrettanto potente: portare la cura fuori dalla stanza della terapia, dove possa arrivare con naturalezza nei gesti quotidiani, negli spazi ordinari dell’esistenza. Tra una passeggiata nella natura o dentro le pagine di un romanzo.
L’altro giorno, ad esempio, Arianna mi ha detto che si è iscritta a un corso di ceramica.
Due figli piccoli, un lavoro pieno, una casa che chiede sempre qualcosa.
Eppure ogni giovedì sera, esce con il grembiule nella borsa e dice a tutti: “Questo è il mio momento.”
Non lo fa per diventare artista. Lo fa per affondare le mani nella terra, per ascoltare il silenzio, per rallentare e tornare a sentirsi intera.
E io penso: quanto spesso dimentichiamo di riconoscere come cura proprio queste cose?
Non tutto è sintomo. A volte è solo vita che preme.
Viviamo in un tempo in cui ogni disagio rischia di essere interpretato come un disturbo, ogni fatica come un errore da correggere.
E sì, ci sono momenti in cui una diagnosi è importante, la psicoterapia necessaria, le risposte professionali fondamentali. Ma c’è anche il rischio, sottile, di patologizzare ogni stanchezza, ogni esitazione, ogni vuoto.
E se invece, almeno a volte, fosse semplicemente vita che preme? Una parte di noi che chiede ascolto, spazio, presenza?
Andrea invece, qualche tempo fa, ha ripreso in mano la sua vecchia chitarra. “Era come se una parte dimenticata di me tornasse a casa”, mi ha detto, commosso.
I medicamenti silenziosi
Ci sono gesti che ci riportano al centro. Leggere un romanzo che ci parla. Cantare in macchina. Fare una torta, uscire a camminare, infilarsi in una libreria senza fretta.
Non è evasione. È presenza. È cura.
Abbiamo bisogno di stare dentro la vita con tutti i sensi.
Di perdere tempo con qualcosa che ci fa bene.
Di incontrare uno sguardo che ci vede davvero.
Di vivere, oltre che comprendere.
Sono questi i medicamenti silenziosi della vita.
Ci ricordano che siamo più delle nostre ferite, più dei nostri blocchi, più della nostra fatica.
Cura è anche tornare a ciò che ci accende
Forse dovremmo imparare a dare valore a queste piccole cose.
A costruirci una rete di relazioni, di passioni, di curiosità.
A ricordarci che prendersi cura di sé non è solo scavare dentro, ma anche uscire fuori. E poi tornare dentro. Come in una danza.
A volte, guarire è tornare a fare quello che ci fa brillare gli occhi.
Non per forza per capirci meglio, ma per sentirci vivi.
E tu? Quali sono i tuoi medicamenti silenziosi? Cosa ti fa respirare meglio, anche solo per un’ora?
Se ti va, raccontamelo. Mi piacerebbe farne una piccola collezione, da rileggere nei giorni in cui ne abbiamo più bisogno.


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