Guardarsi dentro: e se trovo qualcosa di brutto?

da | Feb 12, 2026 | Quando mi sento troppo (o troppo poco) | 0 commenti

Qualche giorno fa mi sono fermata ad ascoltarmi convinta di trovare dentro solo rabbia e solitudine. Era una di quelle giornate in cui mi sentivo satura. Un accumulo di cose non dette, richieste, piccole frustrazioni. Avevo la sensazione che, se mi fossi fermata davvero, sarebbe venuta fuori solo amarezza.

Ho chiuso gli occhi aspettandomi una valanga. E invece, piano piano, è arrivato altro.

È affiorato il ricordo di mia nonna che veniva a trovarci per il weekend con il sacchetto fumante di biscotti appena sfornati; li appoggiava sul tavolo come se stesse sistemando una cosa preziosa. E poi mi diceva: “Dai, impastiamo la pizza per cena?”

Le cose che impastavo con lei non erano solo cibo: erano carezze quando mi sentivo sola, erano compagnia, gioco. Erano soprattutto qualcuno che mi restava accanto. Dentro quel ricordo non c’era rabbia. C’era bisogno di vicinanza. C’era una parte tenera che chiedeva presenza.

Guardarsi dentro non è solo scoperchiare il dolore. È anche ritrovare ciò che ci ha fatto bene e che forse sta ancora cercando spazio.

La paura di quello che potremmo incontrare

C’è una frase che sento spesso quando si parla di iniziare una terapia o anche solo di prendersi un tempo più serio per sé. L’altro giorno è accaduto con Gabriele, nella stanza delle parole: è arrivato con il desiderio di essere corretto per qualcosa e invece ha trovato la mia curiosità verso quella parte di sé che lui giudicava brutta.

“Ho paura che se mi ascolto davvero venga fuori qualcosa che non mi piace, che fa male.”

Immaginiamo con un po’ di timore di trovare dentro solo rabbia, violenza, invidia. Solo fragilità. Solo parti di noi che non ci piacciono.

Come se dentro di noi ci fosse una stanza disordinata che preferiamo non aprire. E allora rimandiamo, restiamo occupati, rimuginiamo su cosa è giusto fare. Pensiamo molto, sentiamo poco.

È una resistenza comprensibile.

Se l’ascolto è un tribunale

Molti di noi hanno imparato che guardarsi dentro serve a trovare cosa non va: a individuare l’errore e correggere il difetto.

Se l’ascolto è un tribunale, è chiaro che fa paura. Ma ascoltarsi non è un processo, né una perquisizione emotiva.

È un incontro. E quando incontriamo una parte che non ci piace – la parte gelosa, la parte arrabbiata, la parte che si lamenta- quasi sempre scopriamo che sotto non c’è bruttezza.

C’è un bisogno.

La gelosia protegge qualcosa di prezioso, la rabbia difende un confine, la lamentela segnala stanchezza.

Non sono parti eleganti. Ma sono parti che hanno fatto del loro meglio per tenerci in piedi. Dentro non c’è solo buio

Quello che spesso dimentichiamo è che dentro non ci sono solo parti ferite.

Ci sono anche i ricordi che regolano il nostro respiro, i desideri che aspettano spazio, le intuizioni silenziose, le parti creative e i frammenti di bellezza che abbiamo messo da parte. Solo che fanno meno rumore del dolore.

Se entriamo convinti di trovare solo buio, rischiamo di non accorgerci delle piccole luci. Come quella cucina, quella farina sulle mani, quel gesto semplice che diceva: “resto con te, facciamo qualcosa insieme”.

Non c’è da fare subito

Forse non abbiamo paura di trovare parti brutte, forse abbiamo paura di giudicarle. Perché quando una parte viene giudicata come sbagliata, difettosa, inaccettabile, scatta subito l’idea che vada corretta.

Ed è lì che nasce l’urgenza di fare, di cambiare, di sistemare. Ma ascoltarsi non è questo, non è valutare per intervenire. È restare per comprendere.

E se, per una volta, l’ascolto non fosse un tribunale ma una cucina calda dove qualcosa si impasta piano?

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Chi sono

Sono Claudia Mandarà

Psicologa delle relazioni interpersonali. 
Amo accogliere e accompagnare verso il cambiamento le persone che attraversano un momento critico. Scopri come posso aiutarti con un mio percorso o un corso.

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