Non so più cosa aggiungere – me lo dice dopo aver elencato tutto quello che fa per prendersi cura di sé: la terapia, lo sport, il tempo per leggere, i momenti di silenzio. Eppure mi sembra di essere sempre qui. Sempre sola a dover pensare a tutto io. A dovermi tenere, sostenere, rimettere in piedi. A dover fare tutto per me.
Non lo dice con rabbia, ma con una stanchezza quieta, quella che arriva quando la cura diventa un lavoro a tempo pieno
e non sai più dove appoggiare il peso. Quella sottile insoddisfazione che nasce quando realizzi che anche la cura smette di nutrire e diventa una sequenza di gesti per restare in equilibrio.
Per molto tempo ci hanno raccontato la cura come qualcosa da fare da soli. O, al massimo, con qualcuno dedicato a noi: nella stanza della terapia, o nei momenti in cui ci prendiamo cura del corpo.
Un lavoro su di sé, dentro di noi.
Prenditi cura di te.
Ascoltati.
Impara a stare da solo.
Tutte cose vere. Eppure, a un certo punto, qualcosa scricchiola. Non basta più.
La cura individuale è preziosa, ma non è tutto
Da sempre ho avuto questa intuizione, nel mio lavoro: che nello spazio della terapia individuale possiamo fare qualcosa di profondamente prezioso. Possiamo recuperare uno sguardo che è mancato, una sintonizzazione che non abbiamo ricevuto. Possiamo fare un’esperienza di ascolto profondo che rimette insieme i pezzi.
Certo, in quello spazio uno a uno si cambia perché la terapia non è solo comprensione: è trasformazione.
Eppure, nel gruppo, succede qualcosa di diverso
Il cambiamento passa dalle relazioni, da una molteplicità di specchi: ognuno offre una lente attraverso cui vedere qualcosa di noi. Non facciamo esperienza solo dentro di noi: osserviamo in diretta cosa succede dentro di noi quando siamo in relazione con gli altri.
Nel gruppo vediamo la nostra postura prendere forma. Come entriamo nello spazio della relazione. Come ci raccontiamo, dove ci tratteniamo, dove ci giustifichiamo. Dove chiediamo spazio o lo cediamo prima ancora che qualcuno lo domandi.
Non lo capiamo soltanto. Lo sentiamo.
Quando lo spazio è sicuro, possiamo fare esperienza di alternative
Se il gruppo è uno spazio sufficientemente sicuro, possiamo iniziare a fare qualcosa di nuovo. Possiamo restare invece di ritirarci. Possiamo parlare senza anticipare il giudizio. Possiamo non spiegarci fino in fondo.
Possiamo accorgerci che convinzioni molto antiche -devo cavarmela da sola, sono di troppo, meglio non disturbare- non sono leggi immutabili, ma risposte apprese.
Nel gruppo non analizziamo soltanto la nostra storia. Non la comprendiamo solamente, anche se già questo non è poco.
La mettiamo alla prova. E, poco alla volta, facciamo spazio ad alternative che non nascono da uno sforzo di volontà, ma da un’esperienza diversa dell’essere-con.
Nei gruppi non arriviamo mai con facilità
Entriamo nei gruppi portandoci dietro un imprinting antico. Le tracce delle prime esperienze di gruppo che abbiamo conosciuto: la famiglia, la scuola, i contesti in cui abbiamo imparato quanto spazio prendere, quando parlare, quando era meglio fare un passo indietro.
C’è chi entra in silenzio e resta lì, a osservare. Chi parla subito, per paura che altrimenti nessuno lo faccia. Chi ride molto.
Chi pensa: prima o poi capiranno che non dovrei essere qui. Oppure: ecco, vedi, io non sarei mai riuscita a dire una cosa così intelligente e profonda.
Tutte difese intelligenti. Tutte strategie che, un tempo, sono servite.
Quando qualcuno risuona
Eppure, passo dopo passo, condividere fa accadere qualcosa. Qualcuno racconta una fatica e dall’altra parte del gruppo un’altra persona annuisce piano. Non dice niente. Ma quell’annuire basta.
A volte basta sentirsi normali. Grazie per averlo detto. Succede anche a me. E mi sono sempre sentita strana, credevo di essere io il problema. Sentirlo dire da un’altra… mi ha fatto respirare.
Basta che almeno qualcuno risuoni perché si apra uno spazio nuovo: quello della compassione.
Non quella che consola dall’alto, ma quella che nasce dal riconoscimento. Anch’io. Succede anche a me. Siamo parte della stessa famiglia umana.
La cura che si distribuisce
In uno spazio di cura condivisa il peso non sparisce, ma si distribuisce. Il silenzio non è imbarazzo: è permesso. La fragilità non è qualcosa da superare, ma da attraversare insieme. Non è dipendenza, è permesso di appoggiarsi.
Una persona, alla fine di un percorso, ha detto: Pensavo di venire qui per migliorarmi. Invece ho scoperto che potevo essere tenuta anche così, che gli altri hanno visto risorse in me rispetto alle quali ero cieca.
A volte pensiamo che crescere significhi farcela da soli. Capire, imparare a reggere, tornare al mondo performanti, risolti. E invece, col tempo, scopriamo che maturare può voler dire altro: accorgerci di quando non è più necessario farcela da soli.
Il gruppo e la comunità non arrivano per risolvere, ma per normalizzare, offrire riconoscimento, creare legami. Ed è dentro questi legami che accade qualcosa di profondo: non cambiano solo i comportamenti, ma il modo in cui ci guardiamo e il modo in cui ci parliamo.
Le convinzioni antiche che portiamo nella relazione con noi stessi iniziano a muoversi e a quelle frasi antiche iniziano ad affiancarsene altre: posso appoggiarmi, posso chiedere, se l’altro non ce la fa me lo dirà, non sono sola.
Davvero vogliamo dire che questo non sia un seme di cambiamento, che non abbia una portata politica nel nostro mondo ferito? Io faccio fatica a crederlo. Perché lo vedo accadere, ogni volta, nelle piccole e ricchissime community che coltivo.


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