In questi giorni guardo mia figlia mentre gioca a nascondersi. Si infila dietro una tenda o dietro una pianta. Si vede, ma non del tutto. Lascia fuori un pezzo: una mano, un piede, a volte solo un movimento o un suono che tradisce la sua presenza. E poi aspetta. Aspetta che qualcuno la trovi.
E quando succede, ride soddisfatta. Come se in quel momento si ricomponesse qualcosa: mi hai vista, ma non troppo presto. Mi hai cercata abbastanza.
Quando iniziamo a trattenerci
In questi giorni, nella stanza della terapia, mi è tornata in mentre questa scena di mia figlia dietro la tenda quando una giovane donna mi racconta che spesso trattiene quello che vorrebbe dire. Vorrebbe tanto dire, ma poi ci gira intorno, e alla fine si ferma. Ho paura che possa sembrare sciocca -dice- o fuori luogo, o troppo. E mentre parla, sento qualcosa di molto familiare: quel modo di affacciarsi appena. Quanto basta per esserci, non abbastanza per farsi vedere davvero.
Negli spazi di supervisione che conduco, a volte, succede una cosa: gli educatori portano storie di ragazzi che seguono. Raccontano comportamenti, fatiche, scarti. E poi, spesso, a un certo punto arriva una frase: lo fa per attirare l’attenzione.
C’è qualcosa, in quel momento, che mi si muove dentro. Non tanto per quello che viene detto, ma per come suona. Come se ci fosse, sotto, l’idea che cercare lo sguardo dell’altro sia qualcosa di un po’ fuori posto. Quasi sleale.
E ogni volta una parte di me si ferma lì. Perché mi chiedo: cos’altro dovremmo fare, da quando siamo al mondo, se non cercare uno sguardo che ci riconosca? Non è forse questo uno dei primi giochi che impariamo? Affacciarci, nasconderci un po’, tornare fuori. Provocare, testare. Mi cerchi ancora? Resti anche se ti faccio disperare? Se mi mostro sgradevole, urticante, faticoso?
Mettere alla prova chi abbiamo davanti, non per manipolarlo, ma per capire: mi vedrai come temo? oppure riuscirai a guardarmi con qualcosa che assomiglia all’amore?
Qualcuno lo fa trattenendosi, qualcun altro facendo più rumore. Ma il movimento, in fondo, è lo stesso.
Quel gesto che ci portiamo dietro
Allora mi sono chiesta se, a volte, quel modo di nasconderci lasciandoci intravedere non ce lo portiamo dietro anche da grandi. Non sempre ci nascondiamo per paura degli altri. A volte è perché non siamo ancora sicuri di poterci reggere quando qualcuno ci vede davvero.
Perché essere visti non è solo una questione di sguardo. È quello che succede dentro quando quello sguardo arriva: se ci vede bene, sentiamo di poter restare o ci sentiamo sotto pressione? se ci vede male, conferma un dubbio che abbiamo su di noi?
La paura più silenziosa
E lì, spesso, c’è una paura più silenziosa. Che, se qualcuno si avvicinasse abbastanza, potrebbe trovare qualcosa che non va. Qualcosa di troppo, di sbagliato. O semplicemente qualcosa che a noi non piace. A volte la parola che arriva è più dura: l’altro di accorgerà che sono difettoso/a, strano/a, malfatto/a.
E allora ci riduciamo, togliamo volume, smussiamo i contorni. Scegliamo parole più sicure, più leggere, meno esposte. Non per sparire. Ma per restare, senza rischiare troppo. Li, c’è una parte di noi che continua a fare un piccolo movimento in avanti: un affaccio. Come i bambini quando si nascondono: non è solo un gioco di sparizione. È anche un modo per dire: ci sono. Vienimi a cercare. Ti interesso davvero?
Forse possiamo iniziare da qui: dall’accorgerci di tutte quelle volte in cui, in modi diversi, cerchiamo lo sguardo dell’altro. Quando ci tratteniamo, quando facciamo più rumore, quando speriamo, senza dirlo, di essere intercettati. Chi fin qui, ha saputo guardarci davvero? E dove, oggi, possiamo avvicinarci a uno sguardo che non faccia male?
Forse anche noi, come i bambini dietro le tende, non stiamo cercando qualcuno che ci becchi subito. Cerchiamo qualcuno che resti abbastanza da permetterci, piano piano, di uscire.


0 commenti