I buoni propositi si presentano puntuali in due periodi dell’anno: a gennaio e agli inizi di settembre. E’ successo anche a te in questi giorni?

Maturano sempre dopo momenti stra-ordinari, di pause, di eventi che ci permettono di fermarci su di noi a fare bilanci. Forse perché fuori dall’ordinarietà spesso succedono cose che sfuggono al nostro controllo o forse perché a volte, c’è quella calma necessaria che, dopo la mareggiata, ci permette di vedere con più chiarezza il fondale.

Gli inizi sono sempre carichi di speranza, di emozioni, e anche un po’ ansiogeni perché vanno di fretta e sognano in grande. Sono pieni di buoni propositi e del desiderio di migliorarsi sempre.

 

Le parole che usiamo per annunciare i buoni propositi

 

Non ho nulla in contrario contro i buoni propositi: ci offrono una grande spinta e anche il desiderio di prendere delle decisioni e per questo dovremmo ringraziarli. Ma allo stesso tempo, alimentano un’idea irrealistica e grandiosa del cambiamento: fatto di grandi svolte e di grossi clamori, di futuro, di meglio e di perfezione. Spesso si fanno portavoci della necessità di “uscire” -come si dice- dalla zona di comfort. E se ci fosse un altro modo per ricominciare e infiniti atri per cambiare?

Nel tempo ho affinato l’orecchio per ascoltare le parole che usiamo per definire questi desideri. I buoni propositi che proclamiamo in questi momenti sono quasi sempre degli inviti ad essere di più in qualcosa: più forti, più sicuri, più competenti, focalizzati, organizzati, efficienti, più felici insomma, in qualche angolino della nostra vita. È una spinta un po’ severa, e spesso anche una fregatura secondo me, perchè ci spinge a trovare nuove strategie, nuove soluzioni, a superare le nostre paure, a vincere le nostre fragilità ed andare oltre i nostri limiti. Senti quanto queste parole rimandano ad un’idea di potenza? Di perfezione? Ascoltale ad occhi chiusi e senti che sensazioni producono dentro di te.

Le parole con cui formuliamo i nostri desideri di cambiamento sono importanti perché costruiscono l’idea delle cose, fanno spazio o escludono alcuni pensieri. A furia di pensare così, costruiamo un’idea in cui la vita debba riservarci felicità, serenità, soluzioni, possibilità di gestire e controllare le cose. E, pensandoci cosi, ci percepiamo in una corsa ad ostacoli verso la perfezione o la mancanza di problemi. E lo capisco, in un certo senso è desiderabile.

Ma il punto secondo me è un altro. Forse la vera cosa di cui abbiamo davvero bisogno per stare bene è imparare a stare a nostro agio con tutte quelle esperienze che ci fanno sentire meno per qualche ragione, e cioè impotenti, fragili, agitati, stressati, imperfetti, giudicati, in colpa, in balia di qualcosa di inatteso che non abbiamo scelto.

E imparare a stare. Stare è il verbo di chi non ha fretta di andare altrove, di chi si chiede cosa sente e come si trova in quell’esperienza, di chi abita il presente. Lo so, può sembrarti un paradosso, detto da me: e il cambiamento che ruolo ha in tutto questo? Come facciamo a cambiare se rimaniamo nel presente? Dov’è il confine tra saper riconoscere ed accettare i propri limiti e la volontà di migliorarsi?

 

Il rumore delle cose che cambiano

Spesso immaginiamo il ricominciare e il cambiare come qualcosa di forte che crea grande discontinuità; se fosse un suono probabilmente sarebbe un grosso clamore, per destare subito l’attenzione. Qualche volta il cambiamento è così rumoroso. Altre volte invece è lento, impercettibile e continuo. E’ la somma di una serie di piccoli aggiustamenti e adattamenti a quello che ci succede. E, se d’improvviso ci voltiamo indietro, ci ritroviamo cambiati. A volte siamo finiti in un posto che ci piace, a volte in un luogo che ci mette a disagio. Se stiamo ad osservarci mentre siamo lì, se scegliamo di ascoltarci e scopriamo di cosa abbiamo bisogno, cambiamo. Pensiamo che il cambiamento va sempre a braccetto con il fare, ma secondo me è prima di tutto un movimento interiore, del sentire. Poi, quello che ci permette di crescere e cambiare davvero è scegliere di abitare quelle esperienze scomode della vita, per trovare un angolino di agio in quella situazione di disagio. Prestando loro ascolto, provando a comprenderle se è possibile trovare con loro una nuova familiarità.

 

Cambiare dentro o fuori la zona di comfort

In questo senso, cambiamo tutte le volte che riconosciamo e ci occupiamo di quello che sentiamo, dei nostri bisogni più profondi; non è necessario uscire dalla zona di comfort. Perché il presente non è mai solo confortevole. Andare altrove, spingersi ad essere altro, ad essere di più spesso è solo un altro modo per dirci che non siamo abbastanza. Ora però dimmi: tu cosa ne pensi?

Ho dedicato una puntata del podcast CUORI GENTILI E RIBELLI proprio a questo tema, la trovi quaggiù. Ascoltala. Poi però, torna qui a dirmi la tua?

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Psicologa delle relazioni interpersonali. Amo accogliere e accompagnare verso il cambiamento le persone che attraversano un momento critico.