Quando ascolto i genitori parlare dei loro figli o di se stessi in relazione ai loro figli, osservo sempre un timore più o meno presente sullo sfondo delle loro narrazioni: la paura di sbagliare e che certi errori possano rivelarsi irreparabili. È un’informazione utile anche per tutti i figli in ascolto: ogni genitore si porta dietro qualche dubbio o senso di colpa sul proprio operato o su quello che avrebbe potuto fare per rendere più felice il proprio figlio; non importa quanto lo manifesti con le parole. Perché ogni genitore desidera il meglio per i figli, anche se non sempre, con le risorse che ha, riesce a realizzarlo.

Vorremmo che i nostri figli fossero sempre felici e sereni e, se questo non succede, perché li vediamo in difficoltà, ci attiviamo per trovare soluzioni. Indaffarandoci, cerchiamo di rassicurarci per metterci al riparo dal pericolo di sbagliare e far loro male.

Con le migliori intenzioni ci confrontiamo e interroghiamo altre persone, che consideriamo più esperti o più esperienti, con i nostri interrogativi: Sto facendo bene? Perché si comporta cosi? È normale? Cosa devo fare in questa situazione, qual è l’approccio migliore? Le ho provate tutte! 

Sono le domande più frequenti che ascolto quando i genitori chiedono aiuto o quando gli educatori si confrontano fra di loro. A questi interrogativi possiamo rispondere in due modi: mettendo i riflettori sul problema da risolvere che riguarda qualche comportamento del figlio, oppure ascoltare il nostro disagio di genitori per affinare la sensibilità e imparare a sintonizzarci anche su quella di nostro figlio.

Facciamo un esempio: Perché mio figlio non mi ascolta? Se ci catapultiamo a rispondere concentrando tutta la nostra attenzione sul figlio e formuliamo il problema come “lui non mi ascolta” finiamo per pensare (e passare il messaggio) che il problema è di nostro figlio. E invece io credo di no. Quando incontriamo una difficoltà con nostro figlio abbiamo entrambi un problema nella nostra relazione che diventa in alcuni momenti difficile (in questo caso perché noi non ci sentiamo ascoltati e lui neanche). Pensare questo ci dà la possibilità scegliere cosa possiamo fare noi per sintonizzarci su noi stessi e su di loro cosi da innescare uno scambio più soddisfacente.

 

Informarci ci rende istruiti, non pronti

Certamente oggi i genitori siamo molto informati: ancor prima di avere nostro figlio fra le braccia iniziamo a cercare e ricevere una grossa mole di informazioni su cosa fare nelle diverse circostanze, cosa li aiuta e cosa no, come e quando allattare, come gestire i capricci in modo efficace, come mettere regole ecc… Pensiamo di prepararci al meglio come fosse una performance in cui non possiamo permetterci di sbagliare e invece, quando facciamo i conti con la realtà, e con i nostri figli in carne ed ossa -grazie a Dio- scopriamo che ci sono più eccezioni che regole e questo ci fa sentire sempre un po’ impreparati e scoperti.

Cosi, mentre ci barcameniamo in un panorama ricco di dritte per essere un buon genitore e ci nutriamo di confronti con altri genitori che hanno figli perfetti (perché solo i figli degli altri dormono serenamente tutta la notte?) rischiamo di far crescere il nostro senso di inadeguatezza.

Informarci ci aiuta certo, ma se eccediamo in questa ricerca verso fonti esterne aggiungiamo stress a quello che stiamo vivendo e al nostro compito genitoriale che richiede già molta attenzione e che spesso sollecita la nostra iper-reattività per vigilare costantemente su di loro e perché i nostri figli spesso ci fanno incontrare dentro di noi emozioni difficili da gestire.

 

Ascoltarci ci permette sintonizzarci su nostro figlio

Il più delle volte non abbiamo bisogno tanto di strategie ma di fermarci e aiutarci a passare dalla modalità del fare a quella più riflessiva che ci permette, dopo esserci presi qualche momento per noi, di fare scelte consapevoli per rispondere ai loro bisogni. Nessun genitore stressato riesce a fare una scelta educativa utile e consapevole. Se invece ci prendiamo cura di noi, ascoltando in profondità cosa ci succede dentro di fronte a quel comportamento di nostro figlio, diventeremo strumenti ben accordati per decifrare meglio i bisogni dietro le loro richieste. E saremo in grado di rispondere scegliendo il modo che ci sembra in quel momento più adatto tenendo conto delle nostre risorse e delle sue.

Fermarci e ritrovare un momento per noi ci permette di passare dalla reattività alla riflessività. Di ascoltarci prima di pretendere ascolto. Di riacquistare presenza per fare scelte educative consapevoli, non infallibili.

Quando ci ritagliamo del tempo per noi per mitigare lo stress che ci riguarda come genitori, impariamo a confortarci rispetto a quella paura di sbagliare scoprendo che ogni rottura ci permette di rinsaldare il legame.

Per fare tutto questo a Maggio, continuiamo l’esperienza dei gruppi di genitori su zoom con un percorso strutturato in sei incontri in cui ci prendiamo del tempo per guardarci dentro cosi da ascoltare meglio i nostri figli. Si chiama Educare, ascoltare e il perché ormai lo sai: amiamo essere ascoltati ed iniziamo a dare l’esempio facendolo con noi stessi, cosi da aiutare i nostri figli a farlo con se stessi. Partiamo la prossima settimana e c’è ancora qualche posto!

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Psicologa delle relazioni interpersonali. Amo accogliere e accompagnare verso il cambiamento le persone che attraversano un momento critico.

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