Qualche tempo fa, durante un primo colloquio, una donna mi ha detto: Finché non faccio chiarezza dentro di me, non voglio iniziare nessuna relazione. Prima devo capire cosa non va.
Non lo diceva con durezza, ma con una stanchezza composta. Come chi ha già provato ad aprirsi e si è sentita confusa, travolta, troppo.
Anche Daniele, in un momento di fatica, mi ha detto qualcosa di molto simile: ho bisogno di stare da solo, devo sistemarmi. Se entro in relazione adesso, faccio solo danni.
Due storie diverse, la stessa convinzione: prima devo stare bene con me, poi potrò stare bene con qualcun altro.
Capire se stessi non basta
Non è un’idea superficiale, spesso è una forma di protezione.
Per molte persone, l’introspezione è stata l’unico modo possibile per non perdersi, per non farsi travolgere, per restare in piedi. Capirsi è diventato un argine. E allora sì: ha senso voler fare chiarezza prima di esporsi di nuovo.
Eppure, a un certo punto, qualcosa smette di muoversi.
Ci sono persone che arrivano con una lucidità impressionante. Sanno da dove viene la loro paura, sanno che tendono a compiacere, sanno che hanno imparato presto a non disturbare.
La chiarezza è alta. La fiducia in se stessi no.
La testa dice: “Non sei un peso”, il petto continua a stringersi. Non perché l’introspezione sia un errore ma perché certe ferite non si trasformano nella solitudine in cui sono nate. Si trasformano quando accade qualcosa di diverso. Hanno bisogno di un incontro.
Tempo fa in un gruppo una donna dice, quasi sottovoce: “Io ho sempre paura di essere troppo. Troppo emotiva. Troppo intensa.”
Mentre parla tiene le spalle un po’ raccolte, come se stesse già chiedendo scusa. C’è un breve silenzio, poi un’altra le dice: “Per me qui non sei troppo. Mi fa sentire a casa sapere che ti trovo qui”. Lei ha alzato gli occhi, le spalle si sono abbassate di un millimetro. È minuscolo, eppure è lì che qualcosa inizia a riscriversi.
Alcune convinzioni non si sciolgono perché le abbiamo capite bene. Si allentano quando facciamo un’esperienza diversa.
Consapevoli e soli
Penso che ci sia un rischio sottile nel restare a lungo dentro l’idea che dobbiamo risolverci prima di poterci esporre. Se la relazione può avvenire solo quando saremo finalmente a posto, allora ogni incontro diventa una verifica. Ogni emozione intensa diventa il segnale che non siamo pronti. Ogni conflitto la conferma che dobbiamo tornare a lavorare su di noi.
Così continuiamo a capire. E nel frattempo restiamo al riparo.
Le difese proteggono ma qualche volta ci isolano. E cosi possiamo diventare molto consapevoli. E molto soli.
Difesa non è protezione
A volte infatti scambiamo le due cose: le difese chiudono prima ancora di capire chi abbiamo davanti, alzano muri per evitare il rischio.
La protezione è diversa: non nega il rischio, non si ritira. Regola la distanza. Permette l’apertura senza abbandonare noi stessi.
Le difese ci suggeriscono: “Non mi espongo finché non sono perfettamente risolta, al sicuro”. La protezione ci dice: “Mi espongo un passo alla volta. Resto a sentire cosa succede, e so che posso confortarmi”.
Il cambiamento si consolida lì. Non quando smettiamo di avere paura ma quando riusciamo a stare aperti e protetti insieme. Quando qualcuno può avvicinarsi senza che dobbiamo sparire e senza che dobbiamo indurirci.
Relazione non come “dopo”, ma come “durante”
La sequenza non è necessariamente: prima capisco, poi entro in relazione.
A volte, è più semplice e più difficile insieme: capisco qualcosa e mentre sto ancora capendo, mi lascio incontrare.
Non perché abbia risolto tutto o perché sia finalmente a posto, ma perché alcune parti di me hanno bisogno di essere viste mentre tremano, non dopo.
Non dobbiamo essere completamente guariti/e per aprirci. Possiamo dire: Non sono ancora del tutto in ordine. Ma posso restare. E lasciare che anche qualcun altro resti con me.


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