In terapia, qualche giorno fa, una donna mi raccontava di una conversazione che rimandava da settimane. Non una di quelle discussioni che fanno paura perché potrebbero cambiare tutto. Era qualcosa di molto più quotidiano, avrebbe voluto dire al compagno che stava facendo fatica. Era semplicemente stanca. Stanca di essere sempre quella che si occupava di organizzare, ricordare, tenere insieme. Stanca di arrivare a sera con la sensazione di avere in testa mille cose che nessun altro sembrava vedere.
Ne avevamo parlato a lungo. Per settimane aveva cercato le parole giuste. Non voleva accusare, non voleva ferire, non voleva farlo sentire sbagliato. Alla fine, una sera, glielo aveva detto. Con attenzione, con tutta la cura possibile. Lui aveva ascoltato, poi si era chiuso in silenzio. Nessuna lite, nessuna risposta aggressiva. Solo una distanza improvvisa. E da quel momento, mi raccontava, non sono più riuscita a sentire la mia stanchezza.
Quando il nostro sentire passa in secondo piano
Questa frase mi ha colpita, cosi le ho chiesto cosa intendesse. Ho iniziato a pensare solo a lui. Al fatto che forse si sentiva accusato. Che magari si era sentito un cattivo compagno. Che ci era rimasto male.
Si è fermata un istante. Alla fine ero più preoccupata del suo dispiacere che della fatica che avevo cercato di raccontare. Credo che molti di noi conoscano bene questo movimento: quello per cui riusciamo finalmente a dire qualcosa che sentiamo importante. Una fatica, un bisogno, una richiesta, un limite. E subito dopo la nostra attenzione si sposta altrove.
A volte questo passaggio è così rapido che quasi non ce ne accorgiamo. Un attimo prima stavamo parlando di noi, un attimo dopo stiamo pensando all’altro. A come si sente, a cosa avrà pensato, a quanto potrebbe esserci rimasto male. Succede nelle coppie, nelle amicizie, nelle famiglie. Succede quando esprimiamo qualcosa che potrebbe deludere, ferire o semplicemente mettere l’altro a disagio.
E così ciò che stavamo sentendo noi smette di occupare il centro della scena: diventa più urgente capire l’altro che ascoltare noi stessi.
Prendersi cura o farsi carico?
Spesso chi vive questo movimento conosce molto bene gli altri, si accorge dei cambiamenti di tono, dei silenzi, delle espressioni che si abbassano appena, delle cose che non vengono dette.
Ed è proprio per questo che non sempre è facile riconoscere il confine. Perché ascoltare ciò che prova l’altro è una cosa preziosa, sentirsi responsabili di ciò che prova è un’altra. La prima rende possibile l’incontro, la seconda rischia di farci sparire.
Perché, poco alla volta, iniziamo a correggerci, trattenerci, ridimensionarci. Non perché ciò che sentiamo sia meno importante, ma perché il disagio dell’altro ci sembra più urgente del nostro.
Il difficile esercizio di stare dalla propria parte
Forse stare dalla propria parte non significa smettere di considerare l’altro, significa non abbandonare noi stessi mentre lo facciamo. Ricordarci che una nostra fatica continua a esistere anche quando qualcuno si sente toccato da ciò che abbiamo detto. Che un bisogno resta un bisogno anche quando delude qualcuno, che possiamo ascoltare il dispiacere dell’altro senza dover immediatamente correggerci, ritirarci o tornare indietro. Non è un esercizio semplice, per molti di noi è qualcosa che si impara lentamente.


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