Qualche giorno fa, in seduta, una paziente mi ha raccontato un episodio apparentemente piccolo. Era tornata a casa dopo una giornata difficile. Appena il compagno le aveva chiesto come stesse, aveva iniziato a raccontare quello che era successo al lavoro.
Non aveva chiesto un consiglio, non stava cercando una soluzione, aveva solo bisogno di condividere una giornata pesante con la persona che amava. Lui l’aveva ascoltata per pochi minuti, poi erano arrivate, una dopo l’altra, le soluzioni. Hai provato a parlarne con il tuo capo?, secondo me dovresti imparare a fregartene… se fossi in te farei così.
A quel punto lei aveva smesso di parlare. Che c’è? le aveva chiesto lui. Niente. Ma quel “niente” non significava che non avesse più nulla da dire, significava che, in quel momento, non si sentiva più nel posto giusto per dirlo.
Questa scena, in forme diverse, la incontro spesso anche tra genitori e figli ormai adulti. Una figlia torna a trovare i genitori dopo una settimana complicata al lavoro. Racconta una fatica e bastano pochi minuti e arrivano le solite frasi: secondo me dovresti…, Perché non fai…, Io al tuo posto…
Eppure non aveva chiesto come risolvere quel problema. Aveva solo bisogno di sentirsi capita prima ancora che aiutata. Forse è proprio qui che nasce uno dei malintesi più comuni nelle relazioni: confondiamo il bisogno di essere aiutati con il bisogno di essere ascoltati. E non sempre sono la stessa cosa.
Entrare in punta di piedi
Ripensando a queste conversazioni, mi è venuta in mente un’immagine. Ogni volta che qualcuno ci racconta qualcosa di sé compie un piccolo gesto di fiducia.
È come se aprisse la porta di una stanza molto personale e ci dicesse: “Puoi entrare”.
Entrare è un privilegio. Possiamo sederci accanto a quella persona e ascoltare ciò che ha da raccontarci. Oppure possiamo iniziare subito a spostare i mobili, aprire le finestre, cambiare disposizione a tutto. “Secondo me dovresti…, io farei così, hai provato a…”
Lo facciamo quasi sempre con le migliori intenzioni: per amore, per premura, perché vedere soffrire una persona a cui vogliamo bene ci mette profondamente a disagio.
Vorremmo alleggerire quel dolore, trovare la frase giusta, fare qualcosa. Ma quella stanza non ci è stata aperta perché la ristrutturassimo, ci è stata aperta perché qualcuno desiderava non sentirsi solo lì dentro.
Forse è questa la differenza tra ascoltare e intervenire, tra accompagnare e dirigere, tra restare e risolvere.
La tentazione di aggiustare
Credo che il problema non siano i consigli. Ci sono momenti in cui un consiglio può arrivare come un dono: quando è chiesto, trova uno spazio pronto ad accoglierlo. In genere, è benvenuto quando arriva dopo che l’altro si è sentito davvero visto.
Il problema è la fretta di arrivare alla soluzione. Come se il dolore fosse un guasto da riparare e non un’esperienza da attraversare. Forse dare consigli è uno dei modi che abbiamo per proteggerci dall’impotenza.
Quando qualcuno che amiamo soffre, soffriamo un po’ anche noi. E allora ci viene spontaneo cercare una via d’uscita. Non sempre per lui, a volte anche per noi.
Perché restare accanto a qualcuno senza potergli togliere il dolore richiede una fiducia enorme: la fiducia che, anche attraversando quella fatica, l’altro possa trovare la propria strada.
Restare
Ripenso spesso a quella paziente e ho immaginato che cosa sarebbe successo se, quella sera, il compagno avesse risposto in un altro modo. Non con una soluzione ma con presenza.
“Dev’essere stata una giornata davvero pesante, sono qui, raccontami”. Forse il problema non si sarebbe risolto ma lei non avrebbe avuto la sensazione di dover smettere di raccontarsi.
A volte è proprio questo uno dei gesti più profondi che possiamo fare nelle relazioni: entrare in punta di piedi nel mondo dell’altro, non avere fretta di aggiustare, non occupare lo spazio che ci è stato affidato. Restare. Restare abbastanza vicini perché non si senta solo. E abbastanza indietro perché possa continuare a trovare la propria strada.
Perché non ogni racconto è una richiesta di aiuto, a volte è soltanto un modo per dire: “Questo è quello che sto vivendo. Puoi restare qui con me per un momento?”


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