L’altro giorno, durante una seduta, cercavo un’immagine che potesse raccontare il momento che una mia paziente stava attraversando. A un certo punto mi è venuto da dirle: Mi sembra che, in questo momento, la tua vita assomigli a un campo a maggese. Lei è rimasta in silenzio per qualche istante. Poi ha sorriso. “Maggese… che bella parola.”
In effetti lo è. Il maggese è un terreno che, dopo essere stato coltivato, viene lasciato a riposo per una stagione. Non perché sia diventato sterile. Non perché abbia smesso di essere fertile. Al contrario, è una scelta di cura. Per un tempo, quel terreno viene protetto da nuove semine. Gli viene risparmiata un’ulteriore richiesta, perché possa ritrovare la propria fertilità.
Quella parola mi è rimasta addosso per tutto il giorno. Più ci pensavo, più mi accorgevo che non stava raccontando soltanto il momento che quella paziente stava attraversando. Stava dando nome ad un mio desiderio che, fino a quel momento, non avevo ancora saputo riconoscere: mettermi un po’ a maggese.
Quando ci sentiamo svuotati
In queste settimane sento tante persone dire: Non vedo l’ora che arrivino le ferie, ho bisogno di ricaricarmi, sono completamente svuotata.
Anch’io, arrivata alla fine di questo anno di lavoro, riconosco qualcosa di simile. Ma forse quello che sto cercando non è ricaricarmi. Perché “ricaricarsi” mi fa pensare a una batteria. Il maggese, invece, mi fa pensare a qualcosa che non ha bisogno di tornare come prima, ma di attraversare una stagione diversa.
Nel mio lavoro incontro spesso persone che si spaventano quando iniziano a sentirsi svuotate, senza energie. Pensano di aver perso qualcosa: l’entusiasmo, la creatività, la capacità di amare, la disponibilità verso gli altri. Quasi sempre interpretano quella sensazione come un problema da risolvere. Come se il vuoto fosse sempre il segnale che qualcosa non funziona.
Eppure non tutti i vuoti sono uguali: alcuni parlano di sofferenza e chiedono di essere accolti e curati, altri raccontano semplicemente che abbiamo dato molto. Che il terreno ha lavorato. E che, prima ancora di essere riempito, ha bisogno di essere protetto.
Proteggere il terreno
Forse metterci a maggese significa proprio questo: proteggere il terreno da nuove richieste. E quelle più difficili da sospendere, spesso, non arrivano dagli altri, sono le nostre. Cos’altro potrei fare? Cos’altro potrei dire? Come posso aiutare ancora quella persona? Come posso esserci di più in quella relazione? Come posso essere più presente? Più disponibile? Più generosa?
Ci sono momenti in cui continuiamo a seminare anche quando il terreno ci sta chiedendo altro. Continuiamo ad aggiungere, a fare, a prenderci cura. Non sempre perché qualcuno ce lo chieda davvero.
Eppure, a volte, proteggersi significa proprio questo: fare esperienza che una relazione può continuare a vivere anche senza la nostra continua manutenzione, che non tutto dipende da noi, che possiamo smettere, almeno per un po’, di alimentare ogni legame con la nostra energia. Che la nostra generosità non perde valore se, per una stagione, diventa più essenziale. Non perché amiamo di meno ma perché torniamo a prenderci cura anche del terreno da cui nasce quella generosità.
Fidarsi del tempo
La natura sembra saperlo da sempre, un campo a maggese, in superficie, sembra fermo ma sotto la terra continua ad accadere qualcosa. Nessun contadino avrebbe fretta. Sa che alcune trasformazioni non possono essere accelerate, possono soltanto essere custodite.
Forse dovremmo imparare a fidarci un po’ di più anche delle nostre stagioni silenziose: non tutte le estati devono restituirci energia, non tutte le pause servono a tornare più efficienti. Forse alcune hanno un compito diverso: proteggere il terreno, lasciare che ciò che ha dato tanto smetta, per un tempo, di sentirsi continuamente richiesto. E chissà. Forse alcune delle cose più vive che nasceranno nella nostra prossima stagione stanno già germogliando adesso. Là dove, a uno sguardo distratto, sembrerebbe non accadere nulla.


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