Abbiamo bisogno di silenzio (anche quando è scomodo)

da | Mag 8, 2026 | Voglio prendermi cura di me | 0 commenti

Qualche sera fa eravamo in tanti. Ognuno a casa propria, con un libro tra le mani, collegati su Zoom per il Silent Reading. All’inizio ci siamo salutati, qualcuno ha sorriso alla telecamera, qualcuno è rimasto un po’ in disparte. Poi abbiamo fatto una cosa molto semplice. Abbiamo smesso di parlare. Per quasi un’ora.

All’inizio non è stato uguale per tutti. C’è stato chi si è immerso subito nella lettura, chi si è accorto che la mente continuava ad andare ovunque, chi ha sentito una strana inquietudine, come se quel silenzio fosse un poì scomodo.

Eppure, piano, qualcosa si è mosso, il corpo ha rallentato, le parole sul libro hanno iniziato ad arrivare in modo diverso. Il tempo si è fatto più largo.

Alla fine dell’incontro qualcuno mi ha scritto: Non pensavo fosse così intenso. E un’altra persona: Il tempo si è fermato e ho sentito che fuori poteva esserci un uragano, e io con il mio libro e la mia tisana stavo nel mio spazio lento e silenzioso. E ci stavo bene.”

E credo che il punto sia proprio questo.

Non era solo leggere insieme. C’entrava il silenzio. Quel senso di tregua e di sosta che, a volte, incontriamo solo quando il rumore si abbassa abbastanza.

La fame di silenzio che spesso non riconosciamo

A volte penso che abbiamo fame di silenzio senza rendercene conto. Ci sono giornate in cui tutto sembra fare rumore: le notifiche, le richieste, le conversazioni veloci, le cose da ricordare, persino i pensieri dentro la testa.

Forse è anche per questo che facciamo così fatica a lasciare uno spazio vuoto. Mettiamo un podcast mentre sistemiamo casa, guardiamo il telefono durante le pause, accendiamo qualcosa in sottofondo appena rientriamo a casa.

Non sempre perché lo desideriamo davvero, a volte perché stare in uno spazio vuoto, anche solo per pochi minuti, è diventato raro. E dunque difficilissimo.

Quando il rumore si abbassa

Credo che il silenzio lasci emergere cose che spesso riusciamo a sentire solo quando il rumore si abbassa. Ed è anche per questo che, a volte, tendiamo a riempirlo così in fretta. Perché quando tutto rallenta davvero, non sempre quello che incontriamo è immediatamente tranquillo.

A volte ci accorgiamo di quanto siamo stanchi, di una preoccupazione che stavamo tenendo lontana, di una sensazione di solitudine. Oppure semplicemente di quel bisogno continuo di fare qualcosa, dire qualcosa, riempire qualcosa. Anche nelle relazioni succede: cala un momento di silenzio e subito qualcosa dentro si tende. Devo dire qualcosa? Starò annoiando l’altro? Si sarà creato un momento imbarazzante?

E allora parliamo. Non sempre perché abbiamo davvero qualcosa da dire, ma perché quel vuoto ci mette a disagio.

Quello che ho scoperto nei ritiri silenziosi

Negli anni mi è capitato più volte di partecipare a ritiri silenziosi di mindfulness, anche di cinque giorni. E ogni volta, soprattutto all’inizio, sperimento una sensazione strana, fatta di sollievo e scomodità insieme. Il sollievo nasce dal sentirmi esonerata: dal non dover parlare.
Non dover spiegare, non dover tradurre continuamente l’esperienza in parole, non dover rispondere all’altro.

Per qualche giorno nessuno si aspetta niente da te, se non la tua presenza. E c’è qualcosa di profondamente riposante in questo. Ma insieme arriva anche la scomodità. Perché ci si accorge di quanto siamo abituati a dare subito forma a ciò che viviamo. A raccontarlo, commentarlo, farlo uscire.

E a volte è persino frustrante chiedersi di non farlo, di non dare immediatamente sfogo alla nostra espressività. Eppure, ogni volta, è proprio lì che succede qualcosa di importante. Il silenzio, piano, ti permette di ascoltare da dove partono le parole: se arrivano dalla testa, dal bisogno di riempire, dal tentativo di essere accolti, rassicurati, capiti. Oppure se nascono da qualcosa di più profondo, più aderente a ciò che stiamo davvero sentendo.

Messa così può sembrare una cosa astratta, ma quando si prova davvero ad abitare il silenzio, diventa un’esperienza molto concreta. Ci si accorge che alcune parole diventano più intime quando non nascono automaticamente, ma da una scelta. Dal silenzio.

Forse è solo uno spazio

In questi giorni penso spesso anche a Sabrina, una giovane paziente che sta attraversando un passaggio che teme molto: andare a vivere da sola. La cosa che la spaventa di più non è organizzarsi una vita da sola. È il silenzio che immagina di trovare rientrando a casa.

Mi raccontava che quando resta sola a casa dei suoi, anche solo per poco, accende subito la radio. Per non sentire quel silenzio che le rimbomba addosso e che, a volte, le fa paura. E allora stiamo attraversando insieme questa soglia, con molta delicatezza. Lasciandoci accompagnare dalla curiosità, che spesso è l’altra faccia dell’ansia.

Perché forse, piano, può succedere anche questo: che il silenzio smetta di essere soltanto vuoto. E diventi uno spazio. Uno spazio da abitare momento per momento, con quello che c’è: con i propri bisogni, i propri pensieri, le proprie paure. Ma anche con possibilità nuove. Chissà quante scoperte la aspettano dentro questa novità!

Forse dobbiamo allenarci proprio a questo: a restare nel silenzio qualche istante in più, prima di riempirlo subito.

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Chi sono

Sono Claudia Mandarà

Psicologa delle relazioni interpersonali. 
Amo accogliere e accompagnare verso il cambiamento le persone che attraversano un momento critico. Scopri come posso aiutarti con un mio percorso o un corso.

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