Quando l’ansia non passa: ascoltare ciò che sta cercando di dirci

da | Apr 9, 2026 | Quando mi sento troppo (o troppo poco) | 0 commenti

Ci sono momenti in cui l’ansia arriva chiara. A me succede, ad esempio, quando mi sento un po’ più esposta del solito, o il giorno prima di preparare o consegnare un lavoro a cui tengo molto. Quando siamo sulla soglia di qualcosa che non conosciamo ancora: un inizio, una scelta, una conversazione che rimandiamo da giorni. E così il respiro si accorcia un po’, il corpo si attiva, la mente prova a prevedere. E poi, a volte, può affacciarsi un altro pensiero: non dovrei sentirmi così.

Non tutta l’ansia è uguale

Non tutta l’ansia è da eliminare. Ce n’è una che ha a che fare con la vita che si muove, con il fatto che qualcosa si apre, si espone, diventa incerto. È un’ansia che accompagna le soglie.

E poi ce n’è un’altra che prende più spazio. Che resta anche quando vorremmo riposare, che ci chiude, ci limita, ci fa sentire in trappola. Non sempre è facile distinguere. E allora facciamo una cosa molto umana: la trattiamo tutta allo stesso modo. Come se fosse solo un segnale di pericolo.

Ma non è solo questo. Perché l’ansia non nasce solo dalla percezione di un pericolo, interno o esterno. Nasce anche da qualcosa che si accompagna a quel pericolo: la sensazione di non farcela.

E questo riguarda entrambe le situazioni: sia quando siamo sulla soglia di qualcosa che conta, sia quando l’ansia diventa più diffusa e pervasiva. Mi capita spesso di pensarci in modo molto semplice. Ad esempio, mio marito non ha alcuna ansia di perdere documenti, aerei, coincidenze.

Il suo sistema di allerta non si attiva. E quindi non si attiva neanche quella vigilanza costante che a volte conosciamo bene. Ma soprattutto, non si accende l’idea di non riuscire a gestire le conseguenze.

In qualche modo, deve aver imparato che ce la farà. E poi, tra l’altro, ce la fa davvero. Certo, perde le cose. Ma non sembra mai che sia un problema così grande. Beato lui. Ma questa è un’altra storia.

Quando l’ansia parla al posto nostro

E l’ansia diffusa, quella che disturba? Non è “troppa ansia”, è qualcosa che non siamo riusciti a dire. Un’emozione che non ha trovato spazio, qualcosa davanti a cui ci siamo sentiti troppo esposti, troppo fragili, troppo soli. E allora resta lì. Si raccoglie nel corpo, si stratifica, diventa agitazione. Non ha parole, ma continua a bussare.

Noi, comprensibilmente, la trattiamo come qualcosa da calmare. Ma a volte può essere anche questo: un tentativo -un po’ confuso- di dire qualcosa che non ha ancora trovato parole.

E allora, piano piano, può diventare un incontro possibile tra noi e ciò che non riusciamo ancora a dirci. Se questo incontro non accade, quella tensione resta. Magari cambia forma, si accende per cose diverse, ma continua a farsi sentire.

E quando resta, piano piano prende spazio. E a un certo punto non è più solo una sensazione: diventa un modo di stare. Un modo di organizzare le giornate: quello che riesco a fare, quello che evito, i confini che si stringono un po’ di più.

Qualche tempo fa una donna mi raccontava che, ogni volta che riceveva un invito, iniziava a pensarci già dal mattino. Magari vado, si diceva. Poi, con il passare delle ore, qualcosa cambiava, il respiro diventava più corto. Cominciava a immaginarsi la scena, le parole, gli sguardi. E più ci pensava, più sentiva che non ce l’avrebbe fatta. Alla fine restava a casa. E in quel momento arrivava anche un po’ di sollievo. Ma subito dopo, qualcosa si chiudeva.

Altre volte, quest’ansia detta il programma della giornata: andare in autobus oppure no, fare un tuffo oppure no, uscire a fare una passeggiata da soli oppure no. E ogni volta sembra una scelta. Ma piano piano, le possibilità si riducono.

A volte diventa anche una compagnia. Non piacevole, no, ma conosciuta, prevedibile. Quasi preferibile. Perché l’altra cosa -quella che bussava- non abbiamo potuto incontrarla. Non ci siamo sentiti pronti, non ci siamo sentiti capaci di sostenerne lo sguardo. E allora l’ansia si è presa questo compito: sta lì, ci intrattiene, e tiene occupata la scena.

Tra minimizzare e drammatizzare

Quando non riusciamo a orientarci, tendiamo a oscillare tra il dirci che non è niente (dai, passa, non esagerare) e il pensare che ci sia qualcosa che non va (non è normale sentirmi così). Tra il minimizzare e il drammatizzare. E in mezzo, spesso, facciamo più fatica a restarci.

Lì, in mezzo, spesso si infiltra qualcosa di più sottile: la vergogna. Per come stiamo, per il fatto che “non dovremmo”, per il confronto con gli altri che sembrano cavarsela meglio. E quando sorge la vergogna, succede che ci ritiriamo. Restiamo soli proprio nel momento in cui avremmo più bisogno di appoggio.

Forse il punto è imparare a restare lì quel tanto che basta per accorgerci di cosa sta succedendo davvero.

Restare in mezzo: ascoltare

C’è però uno spazio possibile, un punto in cui non dobbiamo né negare quello che sentiamo, né farlo diventare qualcosa di più grande di noi. Uno spazio in cui possiamo restare in mezzo: tra il minimizzare e il drammatizzare. Tra il “non è niente” e il “c’è qualcosa che non va in me”. Forse è proprio lì che può iniziare qualcosa di diverso. Non una lotta contro l’ansia, ma un piccolo armistizio. Fermarsi un momento sulla soglia, per ascoltare cosa sta succedendo, prima di cacciare via automaticamente quello che arriva.

E questa è una cosa difficile da fare da soli. Perché quando siamo soli con quello che ci agita, tendiamo a fare due cose: scappare oppure combattere. Insieme invece succede qualcosa di diverso: la vergogna si allenta, i sintomi smettono di essere una colpa, il respiro trova un ritmo un po’ più largo. Non perché qualcuno ci aggiusta. Ma perché non siamo più soli a stare dentro a quello che sentiamo.

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Chi sono

Sono Claudia Mandarà

Psicologa delle relazioni interpersonali. 
Amo accogliere e accompagnare verso il cambiamento le persone che attraversano un momento critico. Scopri come posso aiutarti con un mio percorso o un corso.

Ultimi articoli

Perché ci sentiamo ancora stanchi anche dopo aver riposato?

Hai mai avuto la sensazione di aver finalmente rallentato e, nonostante questo, sentirti ancora stanco? Riposo e recupero non sono la stessa cosa. In questo articolo scopriamo perché il nostro sistema nervoso può continuare a rimanere in allerta e quali esperienze ci aiutano davvero a ritrovare energie.

Quando smettiamo di aspettare: diventare genitori di noi stessi

Ci sono attese che possono durare anni. Aspettiamo una telefonata, una parola, uno sguardo che forse non arriverà mai. Crescere non significa smettere di avere bisogno degli altri, ma imparare, piano piano, a non lasciare che la nostra vita resti in attesa.

Newsletter