In questi giorni sto facendo molta esperienza di ciò che serve quando nelle relazioni qualcosa si incrina: un fraintendimento, una delusione, un errore.
Mi sto confrontando spesso con quel lavoro, a volte faticoso, che permette di tornare a guardarsi, ascoltarsi e ritrovarsi. In psicologia lo chiamiamo riparazione.
Forse perché mi è capitato di attraversarla da vicino: una persona che interrompe un percorso bruscamente, un feedback ricevuto che non mi aspettavo, un gruppo di lavoro a cui insegnare come affrontare la conflittualità. Situazioni molto diverse tra loro, eppure accomunate dalla stessa domanda: cosa facciamo quando qualcosa si rompe?
Perché, se sono sincera, il mio primo impulso raramente è riparare. La prima reazione è voler capire, trovare una spiegazione. Cosi, ripercorro mentalmente le conversazioni, rileggo gli scambi, cerco il momento in cui qualcosa potrebbe essersi incrinato.
Arriva la sensazione di aver perso qualcosa, di non aver visto qualcosa, di non essere riuscita ad esserci nel modo in cui avrei voluto.
La punteggiatura delle cose
A volte cerco anche la punteggiatura delle cose, il punto esatto in cui qualcosa si è incrinato: dov’è iniziato? Chi lo ha innescato? Qual è stata la parola di troppo? Il silenzio di troppo? Il momento che mi è sfuggito?
Come se trovando quel punto potessi finalmente capire di chi è la colpa. E, a primo acchito, mentre lo stomaco si aggroviglia, sul banco degli imputati ci finisco sempre io: avrei dovuto accorgermene? avrei dovuto fare quella domanda? avrei potuto intervenire? avrei dovuto essere più presente, più attenta?
Poi però mi ricordo una cosa a cui credo profondamente: le relazioni non si rompono solo perché sbagliamo. Si incrinano, si feriscono, a volte si allontanano. Ma spesso ciò che le mette davvero a rischio non è l’errore in sé ma l’assenza di uno spazio in cui vedere, nominare e attraversare ciò che è successo. Di qualcuno disposto a tornarci sopra, per ascoltare, capire e provare a riparare.
Una rete piena di nodi
L’altro giorno, durante una formazione, abbiamo costruito una rete con un filo di cotone. Ognuno teneva in mano un pezzo di quel filo, la rete rappresentava tutte le cose che aiutano un gruppo a lavorare bene insieme.
Poi abbiamo iniziato a tagliare il filo: un’informazione non condivisa, un errore, un problema taciuto, un riconoscimento non dato. La rete si è allentata, si è deformata. La trama si è spezzata. E così, abbiamo provato a ripararla: non facendo finta che il taglio non ci fosse stato, ma annodando, riconoscendo, assumendoci la responsabilità, provando a capire. Alla fine i nodi si vedevano tutti, eppure la rete era ancora lì.
Perché riparare è così difficile
Forse riparare è difficile perché ci costringe a rinunciare a qualcosa: all’idea che le relazioni sane siano quelle in cui non si sbaglia e che se qualcuno ci vuole bene non farà mai qualcosa che ci ferisce. La riparazione ci mette invece davanti a una verità più scomoda: possiamo voler bene a qualcuno e ferirlo, e possiamo sentirci feriti senza trasformare l’altro in un nemico.
Le relazioni vive non sono fatte di persone impeccabili, sono fatte di persone che, inevitabilmente, a volte si mancano. E che provano a ritrovarsi.
Restare in relazione
A volte è questo che dimentichiamo: la riparazione non cancella ciò che è successo, non rimette le cose esattamente come erano prima. Ma permette di restare in relazione, di attraversare una delusione, un fraintendimento, un errore, una ferita, senza dover necessariamente abbandonare tutto.
Non sempre è possibile riparare e non tutte le persone vogliono o possono attraversarla insieme. Ma credo che, quando ne abbiamo la possibilità e le energie, valga la pena provarci. Perché la fiducia non nasce dal dimostrare di essere impeccabili. Si rafforza ogni volta che scopriamo che una relazione può reggere anche una crepa. E che, quando qualcosa si rompe, possiamo ancora chiederci: Cosa ha bisogno di essere riparato adesso? Lo facciamo insieme?


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