L’altro giorno stavo per scrivere un messaggio a un’amica. Niente di urgente, solo una di quelle frasi semplici che si scrivono quando la giornata pesa un po’: “hai un minuto?”. Avevo già aperto la chat. Poi mi sono fermata. Ho pensato: “Magari adesso è occupata. Avrà già abbastanza pensieri, glielo dico quando la vedo, meglio non disturbarla adesso.”
Negli ultimi giorni mi è successo più di una volta, anche online. Mi è capitato di imbattermi in alcuni contenuti che mi facevano venire voglia di intervenire. A me piace quando il pensiero fila, quando la logica tiene. E in due occasioni una parte di me stava per farlo davvero: intervenire, mettere, come si dice, qualche puntino sulle i. Poi mi sono fermata. Mi sono detta: “Dai su, non essere pesante.” E subito dopo è arrivata un’altra domanda, più sottile: “Hai davvero l’energia per sostenere questa posizione?”.
Così ho lasciato perdere e mentre chiudevo il telefono mi sono accorta di una cosa curiosa. Quelle parole dai, lascia stare, non essere pesante non sono nuove per me. Le conosco bene nella mia storia. E le sento dire spesso anche in studio.
Perché dietro la paura di disturbare, molte volte, non c’è solo educazione o discrezione. C’è qualcosa di più silenzioso: la sensazione di essere di troppo.
Il copione del “non disturbare”
Succede in modi piccoli. Non sono solo i “non ti preoccupare, faccio da me” che diciamo quasi in automatico. Succede quando esiti prima di chiamare qualcuno, anche se stai male. Quando scrivi un messaggio e poi lo cancelli, quando ti dici che l’altro ha già abbastanza pensieri.
A volte succede con frasi minuscole. Mi manchi, puoi aiutarmi un attimo? Parole semplici, che però restano ferme sullo schermo mentre noi le guardiamo e pensiamo: forse è meglio di no. Così lasciamo perdere. E senza accorgercene impariamo qualcosa: Meglio non disturbare, meglio non chiedere, meglio non esserci troppo.
Quando impariamo a essere “trasparenti”
Una paziente, qualche giorno fa, mi ha detto: Mi capita spesso di voler dire una cosa, di voler chiedere un chiarimento… ma poi lascio perdere. Non voglio sembrare pesante. In quella parola – pesante – c’era molto più di quanto sembrasse.
Perché, a forza di pensarci così, finiamo per fare qualcosa di molto preciso: ci riduciamo. Riduciamo i bisogni, le richieste. Riduciamo il rumore che facciamo nelle relazioni. Come se l’amore si ottenesse così: facendo meno spazio possibile.
L’autoesclusione silenziosa
E mentre diventiamo gli specialisti nel fare meno rumore succede qualcosa di paradossale. Restiamo nelle relazioni, ma in una forma più piccola. Non chiediamo, non esponiamo il nostro disagio, non facciamo rumore.
Eppure dentro rimane un desiderio semplice: essere visti.
Una donna mi raccontava: “Dopo una giornata difficile ho pensato di scrivere a mia sorella. Ma poi mi sono detta: ha due figli, lavora tanto… non è il momento.” Così ha messo via quel bisogno. E mentre la ascoltavo ho pensato a quante volte succede.
Quanti messaggi non inviati, quanti bisogni lasciati sotto pelle!
Il punto non è chiedere
Il punto, spesso, non è che non sappiamo chiedere, è che non ci sentiamo autorizzati a farlo. Come se esistesse una specie di classifica invisibile dei bisogni, e i nostri arrivassero sempre dopo. È più facile sentirsi degni d’amore quando siamo forti, disponibili, capaci.
Molto più difficile quando siamo stanchi, vulnerabili, bisognosi. Eppure è proprio lì che le relazioni diventano vere: quando smettiamo di trattarci come qualcuno che deve sempre chiedere il permesso di esserci.
Alla fine, quel messaggio l’ho mandato. “Hai un minuto? Ho proprio bisogno di un abbraccio vocale.” Non perché fosse urgente, ma perché, a volte, restare dentro una relazione significa anche questo: fidarsi abbastanza da non ritirarsi un passo prima.


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