Entra in seduta con un’energia diversa dal solito. È emozionata, ma anche un po’ in difficoltà. Si siede, sorride, poi si ferma. Qualche giorno prima avevamo parlato a lungo del suo terrore di incontrarlo. Di cosa avrebbe detto, di come si sarebbe sentita, di tutto quello che poteva andare storto. Si aspettava di dovermi raccontare com’era andata e infatti inizia così: l’ho visto. È stato bello…semplice. Mi sono sentita bene. Davvero bene. Sorride. Poi abbassa lo sguardo. Però ti devo dire una cosa…forse non sono pronta ad essere felice.
Felicità e paura, nello stesso momento
Mentre la ascolto, mi torna in mente una sensazione molto precisa. Il ricordo di quella volta che ero in bici, in montagna, in discesa. Quel momento in cui prendi velocità, e c’è qualcosa di vivo, di elettrico.
Era bello. Aveva il sapore della libertà. E insieme è arrivata la paura: di cadere, di farmi male. Forse anche di sentire così tanto, così intensamente, senza alcuna moderazione, che effetto fa la vita quando non controlliamo tutto. Quando lasciamo andare, quando prendiamo il vento in faccia… e ridiamo.
Lascio passare quell’immagine, quel ricordo che viene a farmi visita e torno da lei.
E mi invito non tanto a capire come toglierle quell’ansia, come rassicurarla, come aiutarla a “gestirla”. Ma a mettermi accanto e a incuriosirmi. A chiedermi perché, proprio adesso, l’ansia sia ancora così necessaria. Forse anche più sicura, della possibilità di vivere.
Da cosa la protegge? A cosa crede di non poter sopravvivere, se si permettesse di vivere per intero?
Quando stare bene espone
Ogni volta che restiamo lì, senza fretta di rispondere, qualcosa si apre. Perché non è che non vogliamo stare bene o che non desideriamo la felicità, anzi. È che a volte non ci fidiamo abbastanza da lasciarla entrare. Perché stare bene, davvero, espone. Espone al fatto che potrebbe finire, alla possibilità di perdere, al rischio di affezionarsi, di esserci, di sentire. E di soffrire.
E allora una parte di noi rallenta. Si trattiene. Si tiene un passo indietro. Come se dicesse: non correre troppo, non crederci troppo, resta al sicuro.
L’ansia come protezione (e come limite)
Spesso, quell’intento di “restare al sicuro”, ha il volto dell’ansia. Quell’ansia che ci tiene attivi, che ci fa controllare e ci tiene pronti a proteggerci. Perché se restiamo un po’ in allerta, se non ci abbandoniamo del tutto, forse farà meno male. In fondo, l’ansia assomiglia a una diga: trattiene, contiene, tiene lontano ciò che temiamo potrebbe travolgerci.
E a volte è utile che sia così: ci aiuta a non esporci troppo, troppo presto. A prendere tempo, quando non ci sentiamo ancora al sicuro. Ma una diga, se resta sempre chiusa, non lascia più scorrere nulla.
E allora, a un certo punto, succede qualcosa: quella che era una protezione diventa anche un limite. E lasciarla andare non è così semplice. Perché non è solo lasciare un sintomo, ma un modo di stare al mondo che, in qualche modo, ci ha tenuti in piedi.
Forse allora il passaggio non è togliere l’ansia ma iniziare, piano, a far passare qualcosa: esporci un poco, mentre continuiamo a proteggerci, lasciare entrare la vita, senza doverla affrontare tutta insieme.
Non è non essere pronti
E allora il punto non è dirsi: devo essere pronta ad essere felice. Ma iniziare a riconoscere questo movimento. Accorgersi di quando, proprio mentre qualcosa di bello accade, una parte di noi si ritrae.
E restare lì, per un momento. Non per forzarsi a stare bene o per convincersi. Ma per restare in quel punto esatto in cui qualcosa si apre e qualcosa si spaventa.
Cosi, la guardo mentre scuote la testa e penso che forse non è che non sia pronta ad essere felice. È proprio lì, sulla soglia: in quel punto in cui qualcosa è stato bello, semplice, vivo. E proprio per questo fa paura. Forse non è una mancanza di prontezza. È l’inizio di qualcosa che non abbiamo ancora imparato ad abitare.


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