Non so cosa provo: come riconoscere e ascoltare le emozioni

da | Apr 30, 2026 | Perchè lavoro cosi, Quando mi sento troppo (o troppo poco) | 0 commenti

Sono tornata da qualche giorno dal weekend intensivo con uno dei gruppi di libroterapia. Ogni volta, rientrando, ho bisogno di un tempo per far sedimentare. Per tornare lentamente anche io. Perché quello che succede lì dentro non è facile da raccontare.
Fuori sembra semplice: leggiamo, scriviamo, condividiamo. Ma da dentro è diverso, è più simile a un’immersione. Un’immersione nel sentire.

Quando qualcosa dentro non ha ancora parole

In quello spazio, quando qualcosa dentro non ha ancora parole, succede che, a un certo punto, qualcosa si muove. Una parola che arriva, un’immagine che resta addosso, un’emozione che smette di essere solo confusione. E proprio lì, emerge una frase che ascolto spesso anche in studio: “non so cosa provo”.

A volte lo diciamo dopo un litigio in cui abbiamo taciuto troppo, dopo una giornata piena in cui “è andato tutto bene”… ma qualcosa non torna. O magari dopo aver detto “figurati” quando in realtà avremmo voluto dire “questa cosa mi ha ferito”.

Spesso non è vero che non sappiamo cosa sentiamo, è che nessuno ci ha insegnato ad avvicinarci senza paura e, poi, a dirlo. Sentire è una lingua. Se non l’abbiamo imparata da piccoli, possiamo impararla adesso. Cominciando piano piano.

Tra esagerare e minimizzare

Perché quando non sappiamo bene cosa sentiamo, iniziamo a dubitare di noi. Oscilliamo. Da una parte ci diciamo esagero sempresono troppo sensibile, dall’altra minimizziamo: non è niente, non importa.

Magari qualcuno ci risponde in modo freddo e ci resta addosso per ore. Oppure torniamo a casa e ci sentiamo strani, ma invece di fermarci apriamo il telefono e scorriamo. O ancora, diciamo “sono solo stanca”, ma sotto c’è qualcosa che chiede spazio.

E così perdiamo il contatto. Non ci fidiamo di quello che sentiamo, e iniziamo a ragionare solo sui fatti: su cosa è successo, su chi ha ragione, su cosa è giusto o sbagliato.

Ma dentro, intanto, qualcosa resta in sospeso: un bisogno resta inascoltato.

Siamo diventati adulti senza imparare a sentire

Molte delle persone che incontro sono adulti competenti, presenti, affidabili. Funzionano. Marina ad esempio, manda quel messaggio anche quando è stanca. A lavoro, dice va bene anche quando non è proprio così. Organizza tutto, ma poi non sa dire se qualcosa le è piaciuto davvero. Non sa riconoscerlo. Sa che a lavoro è soddisfatta, che tutti la apprezzano, ma ogni tanto si chiede se è quello che le piace davvero. Quando si tratta di guardarsi dentro, si ferma.

Forse non succede solo a lei di non trovare le parole, di sentire un groviglio, una pressione, un nodo. E allora pensiamo di avere qualcosa che non va.

Non è che sentiamo poco, è che le parole sono rimaste lì, un po’ raggrumate, perché nessuno è rimasto accanto a noi abbastanza a lungo ad incuriosirsi di quello che stavamo sentendo.

Molti di noi sono cresciuti in contesti in cui le emozioni non venivano accompagnate. La tristezza è stata sminuita, la rabbia giudicata, la paura ridicolizzata. Il bisogno confuso con debolezza. Non è niente, non fare così, non c’è motivo. Cosi abbiamo imparato a essere bravi, adeguati, forti. Molto meno a riconoscere cosa accadeva dentro. Siamo diventati adulti competenti fuori e un po’ disorientati dentro.

Restare, nominare e regolare

Le persone arrivano spesso in terapia pensando di dover sentire meno, di doversi liberare di quello che provano. “Voglio smettere di stare così.”
“Vorrei non sentirmi più così sensibile.”

Ma spesso il lavoro è l’opposto: imparare finalmente a farlo. Così, nella stanza delle parole o fra i prati dove mi porto a lavorare, insieme impariamo a distinguere la rabbia dalla ferita, la stanchezza dal vuoto, la paura dal desiderio. Qualcuno scopre che quella rabbia era bisogno di rispetto, qualcun altro che quella “apatia” era tristezza non ascoltata. E piano impariamo anche a restare, a regolare, a non lasciarci travolgere.

Reimparare a sentirsi

Nei gruppi, all’inizio, ci si vergogna se ci si commuove, qualcuno abbassa lo sguardo, qualcuno dice scusa mentre si asciuga le lacrime. Come se sentire fosse troppo. Poi, piano, qualcosa cambia. E quello che sembrava troppo diventa umano.

Forse diventare adulti non significa solo reggere tutto. Significa sapersi ascoltare senza scappare. Perché quando impariamo a sentire, quello che prima sembrava una minaccia può diventare una bussola.

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Chi sono

Sono Claudia Mandarà

Psicologa delle relazioni interpersonali. 
Amo accogliere e accompagnare verso il cambiamento le persone che attraversano un momento critico. Scopri come posso aiutarti con un mio percorso o un corso.

Ultimi articoli

Perché ci sentiamo ancora stanchi anche dopo aver riposato?

Hai mai avuto la sensazione di aver finalmente rallentato e, nonostante questo, sentirti ancora stanco? Riposo e recupero non sono la stessa cosa. In questo articolo scopriamo perché il nostro sistema nervoso può continuare a rimanere in allerta e quali esperienze ci aiutano davvero a ritrovare energie.

Quando smettiamo di aspettare: diventare genitori di noi stessi

Ci sono attese che possono durare anni. Aspettiamo una telefonata, una parola, uno sguardo che forse non arriverà mai. Crescere non significa smettere di avere bisogno degli altri, ma imparare, piano piano, a non lasciare che la nostra vita resti in attesa.

Newsletter