Vivere una relazione affettiva serenamente è una cosa che spesso agogniamo ma allo stesso tempo, anche se può sembrare strano, possiamo temere. L’intimità può farci paura perché permette che emergano alcune paure o aspetti vulnerabili di noi che erano rimasti sopiti fino a quel momento.

Magari possiamo tollerare di creare un legame ma poi spesso diventa difficile fare il passo successivo. Può capitare a noi di non riuscire ad affidarci e lasciarci andare completamente in una relazione oppure, possiamo aver incontrato un sacco di persone che fanno fatica ad iniziare o mantenere un legame. Impegnarci in una relazione fa paura perché implica il fatto di essere coinvolti e la capacità di sostenere questa intimità. È una difficoltà molto diffusa nella nostra cultura e sono piuttosto sicura che tu conosca bene la questione, per esperienza diretta o per averne sentito parlare da persone care.

Ne ho parlato già nella puntata del podcast che trovi quassù; qui torno per approfondire nel dettaglio la domanda: ma cos’è che ci fa così tanta paura dell’avvicinarci e dello stanziare nell’intimità?

Ci sono due paure fondamentali che entrano in gioco in questi casi e che possono risultare paralizzanti. Sono aspetti di cui spesso non siamo consapevoli oppure ci vergogniamo dei comportamenti che scaturiscono da queste paure:

  1. la prima paura che entra in gioco è quella dell’abbandono (in tutte le sue sfumature: rifiuto, distanza, perdita d’importanza per l’altro ecc…) ovvero il timore che, dopo esserci legati a qualcuno, la relazione possa finire o cambiare con il tornaconto di soffrire e stare male,
  2. la seconda paura è quella dell’invasione ovvero la sensazione di essere soffocati, perdere se stessi e i propri spazi una volta che si inizia o si consolida una relazione.

Come dicevo, sono emozioni sotterranee che attivano la percezione di un pericolo antico, a cui spesso non riusciamo a dare parole. Agiamo, come si fa con tutte le paure, per metterci in salvo mettendo in atto dei comportamenti di sopravvivenza. Quindi evitiamo l’intimità per proteggerci dalla paura che fa capolino in quel momento. E rimaniamo anche affamati, purtroppo.

Non abbiamo parole limpide per riferire queste emozioni perché spesso non ne siamo consapevoli e anche perché queste paure attivano il senso della vergogna e dell’inadeguatezza. E, si sa, niente di quello di cui ci vergogniamo è facile guardare e da far vedere. È difficile poterci rivelare al nostro partner per dirgli “sai, ho paura di essere abbandonato/a” oppure “Sai ho la sensazione di essere in trappola, di perdere la mia identità”. È difficile perché richiede proprio quell’intimità -psicologica- di cui abbiamo paura. Nei percorsi individuali e di coppia il cuore del lavoro risiede nell’aumentare la vicinanza emotiva con se stessi, cosi da trovare le parole che ci aderiscono di più e che ci aiutano a comprenderci e poi a raccontarci nelle nostre relazioni.

O controlliamo o amiamo

Quando facciamo i conti con una paura, il primo istinto è quello di vigilare o reagire per metterci in salvo. Prima di iniziare una relazione, cerchiamo di fiutare  situazioni che percepiamo abbastanza sicure per metterci a nudo.

Ed è qui che avviene un corto circuito doloroso, perché la nostra mente il più delle volte percepisce sicure, prevedibili, le esperienze che ci sono più familiari (che non sempre corrispondono perciò a quelle effettivamente più sane). Sono queste le esperienze che abbiamo la sensazione di saper gestire, di poter controllare, proprio perché le conosciamo. Ma controllo e intimità (che richiede contatto emotivo) viaggiano a senso unico alternato: o c’è l’uno o c’è l’altro. Insieme non possono esistere. Controlliamo per sentirci al sicuro ma, se controlliamo, non possiamo amare ovvero rimanere spontanei e aperti autenticamente in modo intimo all’altro.

Come dice Lowen, amare significa aprirsi ed implica il rischio di lasciarci toccare dove fa più male:

Arrendersi all’amore implica la capacità di condividere pienamente il proprio sé con un partner. L’amore non è dare ma essere aperti. Tale apertura deve essere in primo luogo verso se stessi, poi verso l’altro.

L’apertura e l’intimità con noi stessi possiamo guadagnarcela regalandoci il tempo per osservare quello che sentiamo: cosa sento quando l’altro si allontana? Cosa sperimento quando si avvicina troppo? Come posso prendermi cura di questo che sento, imparando a confortarmi e proteggermi?

Trova un momento per cullare queste domande e se hai bisogno di un aiuto per sciogliere la matassa mi trovi qui. Se invece vuoi iniziare ad ascoltarti da solo puoi farlo anche cosi.

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Psicologa delle relazioni interpersonali. Amo accogliere e accompagnare verso il cambiamento le persone che attraversano un momento critico.