Lo sappiamo tutti che è inevitabile entrare in conflitto in coppia ma il modo con cui ciascuno di noi affronta questa esperienza determina la qualità della relazione. È sempre meglio parlarne o è meglio evitare per salvaguardare l’armonia? Ho scritto molto su questo argomento (ad esempio qui, qui, e qui) ed ultimamente ne ho parlato anche in un episodio del podcast che trovi quassù.  Torno qui per approfondirlo grazie anche ai vostri commenti che hanno fatto da eco alle cose già dette. Una di voi mi scrive:

“Io mi ritrovo in una delle esperienze che avete citato e cioè con il mio compagno è proprio impossibile litigare. Dice che sono io che mi faccio tanti problemi. Finisco per credere che forse è vero perché lui è sempre calmo e distaccato. Come fare a dirsele in questi casi, se l’altro non è disposto a dialogare?” 

(S. M.)

Questa esperienza è molto frequente anche se genera più stupore dei conflitti animati, quelli fatti di tante parole da buttarsi addosso. La verità è che le parole non sono poi cosi importanti, o meglio: spesso le parole che usiamo nei conflitti non servono davvero a capirsi; l’argomento apparente della conversazione la maggior parte delle volte è solo un pretesto che copre l’intenzione di dirsi altro (di cosa abbiamo bisogno, come ci sentiamo, cosa significa quel gesto per noi). Solo che, siccome non sappiamo usare quelle parole dirette, ci affoghiamo di altre parole. Oppure ci rivestiamo di silenzio. E’ la stessa cosa: cambia l’aspetto ma sono due muri, due coperture per non lasciarci vedere nella nostra vulnerabilità.

Esistono conflitti silenziosi: come sciogliere il silenzio

Anche stare in silenzio quindi è un modo di stare nel conflitto: un modo passivo se vogliamo, attraverso cui quella persona si astiene dal dire cosa pensa, di cosa ha bisogno, cosa vuole per se. Si assegna un ruolo, quello di spettatore non partecipante e a volte di vittima, mentre il partner vince temporaneamente il ruolo del persecutore per via della sua esagerazione, irritabilità ecc…

In questi casi, cosa è più utile? Come trovare un varco di dialogo tenendo conto di quello che le persone si stanno dicendo con le parole e senza le parole? Innanzitutto portando l’attenzione su questa dinamica psicologica (vittima/persecutore) che può diventare un gioco ripetitivo e logorante per entrambi. Poi, provando a cambiare la qualità delle parole da rivolgere al partner silenzioso, per aiutarlo a dire le sue, di parole. Le critiche, gli attacchi, le lezioni, le pretese, le frasi che iniziano con quel tu giudicante in genere non aiutano (Tu hai fatto, tu hai detto, tu sei così, tu sei cosà…): predispongono alla difesa o alla resa.

Se ti capita di fare questa esperienza, fermati piuttosto su di te e chiediti: se lo dovessi dire ad un bambino di 5 anni cosa direi (di me)? Guardati dentro e trova le parole più semplici per dire di te e chiedere di lui/lei. Spesso, le parole più semplici, quelle emotive, sono quelle che avvicinano di più.

Non c’è niente da aggiustare: come andare oltre la soluzione

Quando comunichiamo cosi, aprendoci ad un contatto emotivo, ci avviciniamo perché ci sentiamo visti, non sempre compresi o approvati certo, ma visti e sentiti. E questo fa tutta la differenza, come sottolineano le esperienze di queste due persone:

Io ho smesso di discutere perché alla fine lui non mi capisce. Mi sembra che discutere alla fine non ci porti mai a niente. Aspetto, faccio sbollire la rabbia e poi mi passa. 

M.D.

Lui non mi capisce: li per li mi dice si ma poi continua a fare le stesse cose anche se sa che mi danno fastidio. Quindi mi chiedo: fino a che punto ha senso dirsele?   

(R. G.)

È un’esperienza dolorosa arrendersi al fatto di non sentirsi visti perché sperimentiamo di non poter utilizzare le nostre emozioni per raccontare i nostri bisogni all’altro. Peccato, perché la rabbia, quando la decifriamo è molto utile; se invece la lasciamo sbollire senza raccogliere il suo messaggio continuiamo a renderci trasparenti, metterci in dubbio e rimanere soli.

A volte però confondiamo l’essere compresi con l’essere approvati: durante alcuni colloqui con le coppie i partner cominciano ad ascoltarsi e comprendere la prospettiva dell’altro ma non la condividono, non la approvano, non cambiano il loro comportamento in funzione dell’altro. La fatica spesso è stare con questa distanza, stare con questa differenza.

Quando comunichiamo descrivendo ciò che sperimentiamo noi, quando ci sentiamo accolti e ascoltati, la ricerca di soluzioni al conflitto spesso diventa secondaria; cosa fare, come risolvere la questione pratica spesso passa in secondo piano. Per questo indaffararci a trovare la via di mezzo, il compromesso non è sempre utile. Un’ascoltatrice mi ha scritto:

Mi ha colpito quello che dici dei compromessi, io non sono molto d’accordo: è sempre un venirsi incontro secondo me. Escludere i compromessi non vuol dire accettare di distaccarsi? 

D. D.

Capisco questa prospettiva e il mio invito in questi casi è di fermarci e chiederci: cosa intendo io per “venirsi incontro”? se rimaniamo sul piano del fare e del perdere ciascuno qualcosa è solo una negoziazione pratica e non risolviamo la questione di fondo e cioè sentirci visti nei nostri bisogni più profondi. Se invece venirsi incontro vuol dire toccarsi fino a questa profondità, allora è un’esperienza intima. Sono convinta, ed è l’esperienza che faccio insieme alle coppie che seguo, che in ogni conflitto ci sono due differenze che chiedono di essere viste e accolte, prima di tutto. Alcune sono conciliabili, altre no come dicevo anche in questo articolo che rimane uno dei più letti di sempre.

Cosa fare con le differenze: cosa cambiare e cosa accettare

Le differenze, dopo che vengono a galla, ci chiedono di discernere attentamente cosa cambiare e cosa accettare dell’altro. In genere, quando incontriamo la differenza l’istinto è quello di volere che l’altro cambi. E invece la sfida è imparare ad accettare le diversità e le vulnerabilità di ciascuno, mentre ci impegniamo a cambiare i circoli viziosi e le modalità di comunicare che sono disfunzionali.

Il problema non è il conflitto ma imparare a riparare

In questo senso, ogni conflitto è un’esperienza che ci chiede di stare con le differenza, di scegliere come vogliamo e possiamo starci. Ed è l’occasione che ci permette di imparare a riparare i legami. A volte, come insegniamo ai bambini, possiamo iniziare dal chiedere scusa. Senza aggiungere alcun ma, che è la cosa più difficile.

E adesso dimmi di te: qual è la difficoltà più grande che incontri ogni volta che ti trovi a dirimere un conflitto con il tuo partner? Pensaci e raccontamelo se ti va, oppure commenta, condividi e raccontaci quali spunti di questo post o della puntata del podcast ti sono stati utili : è sempre arricchente ascoltare le vostre esperienze!

 

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Psicologa delle relazioni interpersonali. Amo accogliere e accompagnare verso il cambiamento le persone che attraversano un momento critico.